Ai confini meridionali dell’Unione

68

In questo periodo così difficile della nostra storia, dove la guerra in Ucraina detta, da un anno a questa parte, l’attualità con tutti i suoi orrori e apre scenari di un mondo in movimento e cambiamento, è importante non perdere di vista altre turbolenze che circondano l’Europa. 

Se volgiamo lo sguardo verso i nostri confini meridionali, sono due, in particolare, i Paesi che destano attenzione, la Tunisia e la Libia. Per quanto riguarda la Tunisia, sono passate infatti pressoché inosservate le elezioni legislative del 17 dicembre scorso. Undici anni dopo la rivoluzione dei gelsomini e la cacciata del Presidente Ben Alì, l’affluenza alle urne dell’8,8 per cento ha rivelato quanto lontana sia oggi la popolazione dal raggiungere quegli obiettivi di democrazia e di rispetto dei diritti che la rivoluzione stessa prometteva. 

La Tunisia era rimasta infatti l’unico Paese arabo a difendere gli obiettivi della sua primavera, a tentare una transizione democratica certamente difficile ma anche carica di prospettive di dialogo politico, di riforme istituzionali, di rispetto dei diritti civili e in particolare dei diritti delle donne. La Costituzione tunisina, approvata nel 2014, è stata infatti uno dei passaggi più significativi e promettenti al riguardo. 

Alla fine del 2022, i tunisini hanno disertato le urne, solo un cittadino su dieci si è recato a votare per eleggere il nuovo Parlamento, sospeso dal luglio 2021 dal Presidente Kais Saied. Dal 2019, anno del suo arrivo alla guida del Paese, il Presidente si è impegnato a concentrare sempre più potere nelle sue mani, grazie all’adozione di una nuova Costituzione e a svuotare nel contempo il ruolo del Parlamento. Un  percorso che sembra diretto verso un’inevitabile deriva autoritaria che allontana sempre più il Paese da quella giovane rivoluzione, tuttora incompiuta. 

Se, da una parte il Paese è a rischio per il futuro della sua democrazia, dall’altra sta vivendo una crisi economica e sociale molto severa. Aumento esponenziale del costo della vita e dei generi alimentari, in particolare del pane, prima conseguenza della guerra in Ucraina, nonché un’inflazione che gira attorno al 10%  e stipendi non pagati, accendono forti timori di una crisi alimentare nel prossimo futuro. La popolazione ricomincia a scendere in piazza per manifestare le sue paure e contro la politica di un Presidente incapace di progettare soluzioni ai gravi problemi del Paese. Nel frattempo, tale situazione comincia a spingere sempre più i giovani tunisini ad abbandonare il loro Paese e ad imbarcarsi alla volta di un’Europa incapace di accoglierli. È una delle ragioni per cui i Ministri italiani degli Esteri e dell’Interno, sono corsi a Tunisi in questi giorni per discutere, in primo luogo, la gestione della  migrazione e della stabilità nel Mediterraneo.

Ma, oltre alla Tunisia, anche la Libia non gode, da tempo, di stabilità politica. Frammentata e ricca di petrolio, la Libia è divisa fra due Governi, uno a Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e uno a Bengasi, nell’est del Paese. I tentativi di riconciliazione nazionale sono andati tutti a vuoto, ultimo in data l’appuntamento dell’11 gennaio scorso fra i rappresentanti dei due governi rivali. Non solo, ma la tenuta di elezioni, inizialmente previste nel dicembre 2021, non appare più all’ordine del giorno. Un Paese che, privo di Istituzioni nazionali unificate, di una Costituzione condivisa e di un quadro elettorale in prospettiva, sta spegnendo le speranze di pace e di democrazia di un intero popolo. Eppure, è con questo Paese e in queste condizioni che l’Europa e l’Italia in particolare, vogliono dialogare e affrontare il nodo tragico dei flussi migratori e quello economico dell’approvvigionamento energetico. Lo ha ribadito il nostro Ministro degli Esteri nella sua recente missione nei Paesi al di là dei confini mediterranei.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here