Agenzie di rating e politica

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E’ sicuramente un caso che la decisione di declassare l’Italia da parte di Standard & Poors (S&P), influente agenzia americana di “rating”, sia stata adottata un venerdì 13, proprio nel centenario dell’affondamento del Titanic e alla vigilia del drammatico naufragio della nave da crociera italiana, ma a queste coincidenze sono corsi molti pensieri.
Quanto però sta avvenendo nel mondo della finanza internazionale e nella vita quotidiana della gente sono vicende troppo serie per non accompagnarle con altri pensieri a proposito di alcune singolari coincidenze.
Partiamo dai fatti. Alle libere manovre della finanza internazionale, in particolare a quella anglo-americana, dobbiamo in gran parte la crisi che stiamo vivendo da ormai quattro lunghi anni, tunnel del quale continuiamo a non vedere la fine.
La crisi economica e sociale che ne è seguita si è intrecciata con il peso ormai insostenibile del debito pubblico di molti Paesi, in Europa ma anche negli USA e in Giappone e con la conseguente necessità da una parte di rientrare da quel debito con dolorose politiche di risanamento e, dall’altra, con l’esigenza affannosa di riuscire a rifinanziare i titoli pubblici in scadenza con l’emissione di nuovi titoli offerti agli investitori sui mercati internazionali.
Il processo di rientro dal debito è in corso, ormai a tappe forzate: ne sa qualcosa l’Italia con le manovre del governo Monti, impegnato a ottenere da Bruxelles un ritmo di riduzione meno brutale per non affondare l’Italia in una recessione che, insieme alla mancata crescita, provocherebbe ulteriore disoccupazione con la conseguenza di una riduzione del gettito fiscale – nonostante i recenti aumenti delle aliquote – con il risultato finale di un ulteriore aumento del debito.
Una spirale che non potrà che essere aggravata se il rifinanziamento dei titoli pubblici in scadenza fosse strangolato da interessi insostenibili, come quelli provocati dall’ormai noto “spread” da incubo che pesa sull’Italia.
Il recente intervento di S&P, agenzia americana che valuta i rischi per gli investitori classificando, su loro richiesta e a loro spese, l’affidabilità dei Paesi e dei loro titoli pubblici offerti sul mercato per il necessario rifinanziamento, è intervenuto non a caso alla vigilia di un denso calendario di emissioni di titoli di Stato. L’elenco è presto fatto: sarà necessario, nel solo 2012, reperire nel mondo 11 mila miliardi di dollari, di cui 4.750 mila per rifinanziare il debito USA, 3.500 per il Giappone e 1.350 per l’UE, un terzo dei quali per l’Italia. Tutto sommato una cifra contenuta per l’UE, rispetto a USA e Giappone, e non impossibile per l’Italia, ma a due condizioni: che l’Europa si muovesse unita e che sull’Italia non pesasse un rischio di instabilità politica non – ancora – scongiurato dal governo Monti alle prese con una manovra difficile e forze politiche in agguato.
Questo singolare tempismo d’intervento ha sollevato più di un interrogativo.
Quale il tasso di prevaricazione di un soggetto ‘tecnico’, come le agenzie di rating, sulla responsabilità della politica? Quanto pesano gli interessi della finanza e dei governi anglo-americani nel declassamento europeo? Quale incidenza ha avuto l’orientamento dell’UE in favore della “Tobin tax” e il tentativo in corso di regolamentare i mercati finanziari? Quale sarà l’impatto sulla tenuta dell’euro, moneta in competizione con dollaro e yen? Quale contributo a un eventuale sdoppiamento dell’euro, tra Paesi forti dell’eurozona salvati per ora da S&P (Germania, Olanda, Lussemburgo e Belgio) e gli altri Paesi declassati, tra cui Italia e Francia, due dei lati del triangolo con la Germania?
E per l’Italia, la “sberla tecnica” di S&P ha indebolito o avvantaggiato il governo tecnico di Monti alle prese con un tentativo di ritorno della politica?
Le risposte non tarderanno, ma l’uomo della strada già intravede le conseguenze per la sua vita quotidiana e non è tranquillo.

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