Agenda sociale: un buon pacchetto ma manca un patto

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Definita sulla base di un’ampia consultazione avviata nel 2007 per valutare l’evoluzione della realtà   sociale in Europa, il 2 luglio scorso la Commissione europea ha presentato l’Agenda sociale rinnovata, un pacchetto che comprende 19 iniziative in materia di occupazione e affari sociali, istruzione e giovani, salute, società   dell’informazione e affari economici, secondo un approccio integrato che costituisce il nuovo impegno dell’UE nell’ambito dell’Europa sociale. Obiettivo della Commissione è di adattare il cosiddetto «modello sociale europeo» alla nuova realtà   economico-sociale dell’UE, fortemente influenzata dalla globalizzazione economica, dalle turbolenze dei mercati mondiali, dallo sviluppo tecnologico e dal costante invecchiamento della popolazione europea.
La nuova Agenda sociale, osserva la Commissione, interviene su una già   ampia attività   portata avanti dall’UE in ambito sociale negli ultimi anni con buoni risultati.
Almeno 6,5 milioni di nuovi posti di lavoro sono stati creati nell’UE nell’ultimo biennio e altri 5 milioni sono previsti entro la fine del 2009; il tasso di disoccupazione, attestatosi intorno al 7%, è il più basso dalla metà   degli anni Ottanta; dei circa 12 milioni di posti di lavoro creati dal 2000, ben più della metà   (7,5) sono occupati da donne e cresce anche il numero di lavoratori «anziani»: tutti risultati positivi nell’ambito della Strategia di Lisbona per la crescita e l’occupazione. Il Fondo sociale europeo rappresenta ormai circa il 10% del budget dell’UE e ogni anno contribuisce all’inserimento lavorativo di circa 2 milioni di persone disoccupate o inattive (di cui 1,2 milioni sono donne), muove verso l’occupazione l’11% dei disoccupati europei e circa 200.000 persone socialmente escluse o svantaggiate, favorendo inoltre l’adattamento alle evoluzioni del mercato del lavoro di circa 4 milioni di persone attraverso la formazione permanente. Gli Stati membri dell’UE spendono in media il 27,3% del PIL per finanziare la protezione sociale (pensioni, sussidi sociali e di disoccupazione), con punte superiori al 30% in vari Paesi nordeuropei, rispetto ad esempio al 17% speso dal Giappone e al 15% dagli USA. Dalla sua nascita l’UE ha già   adottato 13 normative sulla parità   di genere per assicurare eguale trattamento nell’accesso al lavoro, alla formazione, alla retribuzione, alle condizioni di lavoro e alla sicurezza sociale, così oggi gran parte dei nuovi posti di lavoro sono occupati da donne e quasi il 60% dei laureati sono ragazze. La non discriminazione e le pari opportunità   per tutti, già   regolate da normative europee in ambito lavorativo, sono ora estese al di fuori dei posti di lavoro, mentre procede il dialogo sociale tra sindacati e datori di lavoro (pur con qualche difficoltà  ) ed è in corso il coordinamento a livello europeo delle politiche nazionali contro la povertà   e l’esclusione sociale.
Queste buone prestazioni mostrate dall’UE in materia sociale dovrebbero essere ulteriormente migliorate dalle varie iniziative contenute nell’Agenda sociale rinnovata: la Commissione ritiene ad esempio che le spese per protezione sociale potrebbero essere effettuate «in modo più mirato ed efficiente», che si debba migliorare il coordinamento europeo degli interventi sociali nazionali e che lo sviluppo di «servizi sociali di qualità  , accessibili e sostenibili» passi attraverso la garanzia del «mercato unico e delle regole di concorrenza». Senza dimenticare perà², sottolinea la Commissione, che «gli interventi in ambito sociale sono essenzialmente di competenza degli Stati membri e vanno attuati portandoli il più vicino possibile ai cittadini a livello nazionale, regionale e locale».
Questo approccio dell’esecutivo europeo evidenziato nell’Agenda sociale, fatto di buone intenzioni ma anche di chiara delega di responsabilità   agli Stati membri nell’efficacia degli interventi, è stato criticato dalle organizzazioni sociali e sindacali europee che vedono un insufficiente impegno politico dell’UE in un momento molto delicato dal punto di vista economico-sociale com’è quello attuale.
Le ONG sociali europee riunite nella Social Platform, ad esempio, hanno reagito con moderato ottimismo alla rinnovata Agenda sociale, osservando come manchi ancora un chiaro impegno per far sì che le questioni sociali siano centrali nella strategia politica dell’UE. Secondo la Social Platform, nonostante focalizzi un ampio spettro di problematiche sociali la Commissione continua a concentrarsi quasi esclusivamente sul terreno della «crescita e occupazione» e, dato che poche componenti del pacchetto hanno valore legislativo, gli effetti di reale cambiamento sulla vita dei cittadini saranno limitati. «Con il 16% della popolazione dell’UE a rischio di povertà   e discriminazioni rampanti, le proposte contenute nell’Agenda sociale rinnovata sono fortemente necessarie. Ma finchà© la Commissione non avanzerà   un vero patto sociale, mettendo impegni concreti per il progresso sociale al centro della sua visione dell’UE, allora le pari opportunità   per tutti e lo sradicamento della povertà   resteranno obiettivi impossibili da raggiungere» ha dichiarato il presidente della Social Platform europea, Conny Reuter.
La proposta di direttiva «orizzontale» per la tutela dalle discriminazioni al di fuori degli ambiti di lavoro basate sull’età  , l’handicap, le tendenze sessuali, la religione e le convinzioni personali, contenuta nell’Agenda rinnovata, secondo la Social Platform fa sì riferimento all’articolo 13 del Trattato di Amsterdam che è perಠa sua volta limitato rispetto all’articolo 21 della Carta europea dei diritti fondamentali, dove si condannano tutte le discriminazioni fondate su «sesso, razza, colore, origini etniche o sociali, caratteristiche genetiche, linguaggio, religione o credo, opinioni politiche o di altra natura, appartenenza a minoranze nazionali, diritto di proprietà  , nascita, disabilità  , età   e orientamento sessuale». Le ONG europee chiedevano dunque che l’Agenda contenesse chiare raccomandazioni antidiscriminatorie che andassero oltre l’ambito di riferimento normativo dell’articolo 13.
Critiche sono giunte anche rispetto all’azione prevista dall’Agenda in materia di lotta alle discriminazioni subite dalle popolazioni rom. L’approccio della Commissione è ritenuto infatti «limitato» dalla EU Roma Policy Coalition (ERPC), coalizione europea che comprende le principali organizzazioni europee dei rom oltre ad Amnesty International e all’European Network Against Racism (ENAR). Secondo l’ERPC, in un momento in cui le discriminazioni contro le popolazioni rom sono in aumento in Europa la Commissione dovrebbe assumere un ruolo guida nell’elaborazione e nel coordinamento di una strategia europea di lungo termine per i rom, non limitarsi a delegare le responsabilità   agli Stati membri.
L’Agenda sociale costituisce poi «un modesto passo avanti» secondo la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), che osserva come l’Europa sociale sia stata «parcheggiata troppo a lungo» dalle istituzioni europee. Secondo la CES, il pacchetto contiene delle buone intenzioni ma non sufficienti per «persuadere i cuori e le menti dei cittadini europei e soddisfare le loro necessità  ». àˆ necessario un approccio sociale più ambizioso, sostengono i sindacati europei, perchà© alcune recenti proposte di direttive e alcune sentenze della Corte di Giustizia hanno «elevato il mercato unico al di sopra dei diritti fondamentali». L’approccio è simile anche nel pacchetto dell’Agenda sociale: ad esempio la proposta di direttiva sulle cure sanitarie transfrontaliere centra la questione solo in termini di mercato interno e di libera circolazione dei servizi, osserva la CES che condanna la predominante del «consumo» in campo sanitario, perchà© minaccia e indebolisce la solidarietà   su cui è basato il sistema sanitario e amplia le ineguaglianze nell’accesso alle cure soprattutto per i più deboli e poveri. «L’UE deve urgentemente cambiare direzione per non mettere a repentaglio il progetto europeo e allontanarsi dai propri cittadini» ammonisce la CES.

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