A est qualcosa di nuovo. Anche per l’Unione Europea

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In questi tempi confusi la luce, che dovrebbe venire da oriente, rischia di oscurarsi invece per lunghe ombre proiettate verso occidente, verso quella parte di Unione Europea che a inizio secolo si aprì verso l’Europa centrale e orientale. 

Dopo le vicende ancora calde dell’Ucraina e, più recentemente quelle bollenti della Bielorussia; dopo le manifestazioni popolari in Romania, sembra adesso essere il turno della Bulgaria, un Paese di contenute dimensioni, con una popolazione di poco più di 7 milioni di abitanti, classificato 51° dall’indicatore mondiale “Indice di sviluppo umano”. 

La geografia però racconta anche di un Paese collocato in una zona sensibile dell’Europa ai confini con i Balcani, la Grecia e la punta “europea” della Turchia, con una sponda sul Mar nero: non male per una stagione di importanti flussi migratori, in uscita dalla Bulgaria e altri che l’attraversano, e di interessi legati al gasdotto Balkan Stream.

La sua storia recente è nota: schieratasi nella Seconda guerra mondiale con le potenze dell’Asse e invasa dalle truppe sovietiche nel 1944, diventò una Repubblica popolare sotto l’influenza sovietica fino a una ritrovata indipendenza e democrazia a cavallo degli anni ’90, facendo il suo ingresso nell’Unione Europea nel 2007.

Da allora la sua economia ha progredito sensibilmente, non così lo sviluppo della sua recente vita democratica. Oggi la sua maggioranza di governo vede come Primo ministro Bojko Borisov, del Gerb (Partito per lo sviluppo europeo della Bulgaria, forza di centro-destra), collocato nel Partito popolare europeo, sotto la protezione imbarazzata di Angela Merkel, e in costante tensione con il Presidente della repubblica, Rumen Davev, eletto con i voti socialisti e con simpatie in direzione della Russia.

Al governo di Borisov viene da tempo rimproverato, anche dall’Unione Europea, l’alto tasso di corruzione e, più recentemente, origina manifestazioni l’avvio di un processo di modifiche costituzionali previsto a partire dal 2 settembre, con in vista una riduzione dei parlamentari e un diritto di iniziativa legislativa da parte della magistratura, alla faccia della separazione dei poteri. Un clima politico che ha spinto 700 procuratori a firmare una dichiarazione in cui sono denunciati “attacchi politici e proposte di riforma incompatibili con l’ordine costituzionale e i valori europei”.

Sul tema dell’attacco alla democrazia l‘attenzione è stata calamitata in questi ultimi tempi ai confini dell’UE dalla rivolta in corso in Bielorussia e, all’interno dell’UE, dalle manipolazioni costituzionali in Polonia e in Ungheria, attualmente destinatarie di una procedura di infrazione ai valori fondativi dell’UE, quelli definiti nell’art. 2 del Trattato di Lisbona: “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze…”.

Le dimensioni della Bulgaria, la modestia della sua economia (è il Paese più “povero” dell’UE), la sua storia recente non devono indurre a sottovalutare quanto accade ai “confini dell’impero”, non solo per le sue problematiche intrinseche, ma più ancora per i pretesti che potrebbe fornire ad altri Paesi UE e non solo a Polonia e Ungheria. Senza contare che la sua posizione geografica può dare delle idee alla Cina e al suo tentativo di penetrare dentro lo spazio europeo.

A 13 anni dall’ingresso nell’UE della Bulgaria e della Romania restano irrisolti molti problemi, dai flussi migratori alla lotta alla corruzione, dove la Romania ha registrato progressi che la Bulgaria ancora non conosce, come ricorda l’assassinio nel 2018 di Viktoria Marinova, giornalista che indagava sull’uso indebito di fondi europei, tema ancora di attualità oggi. Nella prospettiva, che si spera non più lontana, di un futuro allargamento dell’Unione ai confinanti Paesi dei Balcani, anch’essi sotto i riflettori per problemi analoghi, molti nodi di questo genere verranno al pettine e sarà bene scioglierli prima che inquinino il clima della nostra convivenza democratica già messa a dura prova in seno all’Unione Europea. 

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