A che serve l’UE? A farne un’altra

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Sono molti i cittadini europei, italiani in testa, che dichiarano di non aver  fiducia nell’UE perché ritengono che non serve, viste le sue lacune del passato e la sua impotenza oggi nella lotta alla pandemia in corso. Verrebbe da dar loro ragione, ma non prima di aver chiarito due o tre cose essenziali.

La prima è fondamentale: quando di questi tempi e con quei toni si parla di UE, sarebbe più corretto parlare di non-Unione, quella del concerto stonato dei suoi ventisette Stati membri con i rispettivi governi che si muovono in ordine sparso, incapaci non solo di una strategia comunitaria condivisa ma anche di imparare gli uni dalle esperienze degli altri, condannandosi tutti a errori e ritardi che si sarebbero potuto evitare.

E’ la non-Europa dell’accozzaglia dei governi nazionali che non ci serve e che, in un’emergenza come questa, danneggia tutti e non da oggi soltanto, come testimonia la paralisi provocata dagli egoismi nazionali in seno al Consiglio dei ministri e dei Capi di Stato e di governo dell’UE e la conseguente lentezza per le residue decisioni prese.

La seconda cosa da chiarire, per elementare onestà, è che anche l’Unione Europea, così come si è venuta configurando con le sue Istituzioni e come funziona, nel mondo di oggi serve ormai a poco già in situazioni normali, figuriamoci in una crisi di straordinaria gravità come quella che stiamo vivendo. E questo per almeno due buone ragioni: la prima, perché saggio ma debole è stato fin dall’inizio il progetto iniziale, troppo succube del funzionamento del mercato e dimostratosi incapace di evolvere verso l’unione politica; la seconda, perché anche quel disegno si è andato via via logorando, con Istituzioni che non si sono mostrate all’altezza. 

Salvo il prezioso lavoro svolto dalla Corte europea di Giustizia, abbiamo assistito al paradosso di un Parlamento europeo alla cui innegabile crescita di poteri non ne è corrisposto un esercizio effettivo, sanzionato anche dalla debole legittimità conferitagli dalla scarsa partecipazione al voto a suffragio universale diretto. Non ha fatto meglio la Commissione europea, motore dell’integrazione europea, che ha perso progressivamente colpi, riducendosi negli ultimi tempi a funzionare da segretariato del Consiglio dei ministri, impaurita dall’aggressività dei governi nazionali.

E non hanno aiutato i Trattati: dopo quello fondativo di Roma del 1957, gli altri hanno di volta in volta assicurato una precaria manutenzione ordinaria (si pensi a quello, giustamente dimenticato, di Nizza) e non hanno provveduto a una manutenzione straordinaria adeguata due Trattati importanti come quello di Maastricht del 1992 e di Lisbona del 2009. In entrambi i casi, due occasioni mancate: la prima perché non ha saputo cogliere appieno la novità della nuova Europa dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, ingessandosi tra l’altro dentro un Patto di stabilità fuori dalla storia; la seconda, perché sorpresa da una crisi finanziaria ed economica cui non era preparata, proprio mentre l’Unione raddoppiava i suoi Paesi membri. Per non parlare della mancata adozione nel 2005 del Progetto di Costituzione europea, un mancato balzo in avanti che rimpiangeremo ancora a lungo.

Oggi però la lunga lista delle occasioni mancate e la pandemia che viviamo (insieme con la pressione migratoria, le guerre ai nostri confini e le diseguaglianze che le alimentano entrambe)  possono essere l’innesco di un passaggio dalla non-Europa dei governi nazionali e dalla fragile e spaurita Unione Europea di oggi, disegnata da Trattati inadeguati, a un nuovo progetto di Comunità radicalmente ripensato alla luce delle cose essenziali che sono mancate all’UE di oggi: da una politica sanitaria e ambientale comune, alimentata da risorse adeguate (non certo dal misero bilancio di oggi) a una politica fiscale progressivamente comune, sola vera garanzia di solidarietà e coesione.

Le misure adottate recentemente dalla Commissione e dalla Banca centrale europea per sostenere l’economia del continente suonano come il volenteroso tentativo di rimediare agli errori del passato, senza ancora attrezzare stabilmente l’Unione per un futuro oggi difficile da decifrare. Ma sono anche il segnale di una presa di coscienza senza la quale non vi sarebbe speranza per questa Unione di oggi di preparare quella di domani.  

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Franco Chittolina
presidente di APICE, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

1 COMMENTO

  1. Mi chiedo se il fattore principale che ci ha portato alla Non-Europa non risieda nel fatto che il potere reale risieda in ultima istanza nel Consiglio dei Capi di governo che ormai da parecchio tempo e vittima degli egoismi nazionali. E la mancata adozione della Costituzione europea se ben ricordo fu bloccata dal voto (dei francesi, degli olandesi??) espresso dai cittadini, segno della mancata volontà di costruzione del consenso verso una europa-europa. Mi sbaglio?

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