Si sono svolte il 27 ottobre scorso le tanto attese elezioni legislative in Israele, un passaggio di democrazia in un Paese scosso da sempre da un ‘introvabile pace nella convivenza con la Palestina e i Palestinesi e sottoposto costantemente alla priorità politica della sua sicurezza.
Il contesto di queste ultime elezioni era e rimane particolarmente turbolento : il massacro del 7 ottobre 2023 perpetrato da Hamas, il più sanguinoso nella storia del Paese per vittime e ostaggi, ha scatenato una risposta violentissima da parte di Israele e del suo primo Ministro Benjamin Netanyhu, con una guerra nella Striscia di Gaza sempre in corso, una guerra talmente violenta da essere considerata dalla Corte Penale Internazionale (CPI) un genocidio. Non solo, ma anche una politica israeliana di brutale occupazione della Cisgiordania, in violazione del diritto internazionale, nonché la riapertura, con il sostegno degli Stati Uniti, di fronti di guerra in Iran, in Libano, in Siria, e contro gli Houti dello Yemen, conflitti che non trovano una via di dialogo e di pace.
A livello regionale, le ricadute economiche delle guerre hanno portato a significativi squilibri commerciali mondiali, visto che la chiusura o il controllo dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran o di quello di Bab el Mandeb all’ingresso del Mar Rosso da parte degli Houti, hanno posto pesanti ostacoli nei due passaggi cruciali per il trasporto globale di petrolio e gas.
Ed è in questo scenario che il primo Ministro, Benjamin Netanyahu, al potere da diciannove anni e in corsa per un settimo mandato, si è presentato con il suo partito, il Likud, e con la coalizione di governo composta da ultraortodossi e estrema destra suprematista, alle elezioni legislative, con una campagna elettorale alle spalle che faceva leva sulla forza e la difesa militare di Israele in questi ultimi tre anni. L’opposizione, composta da varie anime provenienti da destra e da sinistra, guidata dal Generale Eisenkot, aveva come primo obiettivo quello di sbarrare la strada al Primo Ministro Netanyahu e di ridare fiato a nuove prospettive per la popolazione di Israele.
Il risultato delle elezioni, che hanno visto una massiccia partecipazione del 77% della popolazione, ha avuto come effetto di disegnare scenari inaspettati e di aprire la strada ad un periodo di grandi incertezze politiche per il Paese. In primo luogo, dimostrano un arretramento della coalizione di Governo, del Likud e di Netanyahu, visto che non raggiungono più la maggioranza dei 61 seggi necessari alla Knesset per governare, passando da 64 a 53 seggi, rimanendo tuttavia la prima forza del Paese e al centro dello scacchiere politico.
Anche l’opposizione con i suoi 49 seggi conquistati, non sarà in grado di governare il Paese senza future coalizioni o altre possibili soluzioni per formare un esecutivo. Un risultato quest’ultimo, che rispecchia la debolezza del programma di Eisenkot, senza una posizione nei confronti della Palestina e senza risposta nei confronti delle guerre aperte dal Primo Ministro Netanyahu e tuttora senza una vittoria politica.
Ed è in questo doppio e insufficiente risultato elettorale che, per la prima volta, i due partiti arabi che rappresentano i Palestinesi d’Israele, vale a dire il 20% della popolazione, hanno raddoppiato i loro seggi alla Knesset, conquistandone 19. Un voto considerato storico che consegna nelle loro mani un ruolo da ago della bilancia, anche se non sono mancate immediatamente aperte opposizioni a qualsiasi collaborazione o coalizione da parte dei due schieramenti con i partiti arabi, soprattutto da parte del Likud.
Le prossime settimane ci diranno in quale direzione vorrà andare Israele, sapendo che questi risultati risollevano il quesito del rispetto di una già ben fragile democrazia.













