Unione Europea: confini, frontiere, fronti

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Vicende recenti, come Ceuta ma non solo, ripropongono una dinamica rovesciata della libera circolazione e della convivenza civile in Europa.

Negli anni ‘50, appena reduci dai territori insanguinati d’Europa, sei Paesi si accordarono per mettere fine a quei fronti di guerra, grazie al coraggio e alla visione di statisti come il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer e l’italiano Alcide De Gasperi, tutti uomini che venivano da regioni d’Europa da sempre fronti di guerra.

Cominciò così la straordinaria avventura dell’integrazione europea e della riunificazione continentale, in corso ormai da quasi ottant’anni, e oggi proiettata verso l’accoglienza di nuovi Paesi, per eliminare vecchie frontiere in particolare nella regione orientale d’Europa.

Il processo di integrazione, a prevalente dominante economica, si sviluppò di comune intesa tra partner leali, prima tra i sei Paesi fondatori con risultati importanti e poi, via via non senza difficoltà, con i nuovi Paesi membri, fino all’Unione Europea di oggi a ventisette.

Lasciatisi alle spalle i fronti di guerra, a metà degli anni ‘50 i Padri fondatori misero rapidamente mano, nel rispetto dei confini amministrativi convenuti tra i belligeranti, all’allentamento delle frontiere per poi giungere alla loro soppressione. Era il patto delle “quattro libertà di circolazione”, dei beni, dei servizi, dei capitali e delle persone, realizzate progressivamente negli anni, anche se non sempre in coerenza con i valori fondativi che avrebbero dovuto  far prevalere la priorità la libera circolazione delle persone.

La svolta per la libera circolazione delle persone avvenne nel 1985 con l’abolizione dei controlli alle frontiere interne dell’allora Comunità europea grazie all’Accordo di Schengen, cui aderirono subito Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi: l’Italia solo nel 1990 e la Spagna nel 1991, poco prima della realizzazione, ad oggi ancora incompiuta, del mercato unico comunitario del 1992.

Interviene in questo contesto il contenzioso sulla riattivazione dei controlli alle frontiere interne decisa unilateralmente dall’Italia verso la Spagna cui questa ha risposto, imponendo controlli in pari misura.

Purtroppo già altre volte sospensioni dell’Accordo di Schengen si erano verificate, in particolare da parte della Francia: la novità risiede oggi nel fatto che questa irrompe oggi in un nuovo quadro politico dell’Unione Europea, tanto per la frammentazione interna dell’UE che per la pressioni che si stanno esercitando sulle sue frontiere esterne da parte dei flussi migratori e delle guerre in corso.

Sotto la spinta dell’Italia, e non solo, l’Unione Europea sta scivolando pericolosamente in una strada a ritroso rispetto a quella percorsa nei suoi primi trent’anni di vita, dal Trattato di Roma del 1957 all’Accordo di Schengen del 1985. Questo al punto da temere che dopo il ristabilimento delle frontiere possa incombere in Europa un ritorno dei fronti, quello dei respingimenti alzati contro l’arma geopolitica dell’immigrazione e quello bellico, alimentato da un aumento inarrestabile della spesa militare.

Non va sottovalutato che il ritorno dei fronti in Europa non si limita a quelli alzati contro il “nemico esterno”, del quale è vittima la vicina Ucraina, ma anche, non troppo lontano dai confini europei, il martoriato Medio Oriente. Le misure adottate per contenere i flussi migratori e quelle del riarmo si sommano e concorrono a frammentare ulteriormente l’Unione Europea, in particolare ad opera di Paesi come l’Italia, ossessionata dalla minaccia di invasione da parte dei migranti, e la Germania per la sua politica di riarmo che, mettendo a rischio il fragile equilibrio militare nel continente,  può contribuire ad attentare alla sua già fragile coesione politica, se non peggio.  

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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