Vi fu un tempo, ormai lontano, nel quale l’allora Comunità europea si segnalò per la sua sensibilità sociale e la volontà di rafforzare la coesione dentro e tra i Paesi membri. Forse era più facile farlo nella stagione della ricostruzione post-bellica del continente, forse era meno complicato riuscirci quando i componenti della Comunità europea erano solo sei e forse aveva uno sguardo più lungo la classe politica di allora rispetto a quella di oggi.
Si spiega anche così che, fino dal Trattato di Roma del 1957, un importante capitolo del bilancio di allora fosse destinato, con la politica agricola comune, anche alla politica sociale e alla creazione del Fondo sociale europeo che avrebbe supportato nel tempo, e ancora oggi, importanti iniziative di formazione professionale e di sostegno al mercato del lavoro.
Sempre a sostegno della coesione, sociale e territoriale, sarebbe poi venuto in rinforzo il Fondo di sviluppo regionale nel 1975 e altre iniziative di rilievo seguirono fino agli anni ‘80, periodo nei quali vennero adottate alcune importanti direttive in materia di diritto e sicurezza del lavoro e di parità di genere.
Nonostante la politica sociale fosse, e resti ancora in gran parte una competenza nazionale, uno stimolo importante a livello europeo venne dato dalla promozione, a partire dal 1985, del “Dialogo sociale europeo” che consentiva alle parti sociali, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, di convenire intese e regole relative al mercato del lavoro che sarebbero poi diventate direttive vincolanti per tutti i Paesi membri.
Fu una stagione di innovazione sociale importante che andò via via rallentando con il passaggio al nuovo secolo, segnato dall’allargamento a est che avrebbe resa più difficile la coesione sociale e territoriale e dalle crisi economiche e finanziarie attorno al primo decennio del 2000 che avrebbero fatto prevalere le esigenze del mercato sui diritti sociali e questo nonostante la Carta dei diritti sociali fondamentali, diventata vincolante con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel dicembre del 2009.
Difficile, a partire da quel periodo, vedere realizzato l’obiettivo previsto dall’art. 3 del Trattato di Lisbona, di promuovere “un’economia sociale di mercato fortemente competitiva”, visto quanto con gli anni la ricerca di competitività abbia prevalso sulla dimensione sociale del mercato, comprensiva dei diritti dei lavoratori e dell’esigenza di politiche in favore dell’eguaglianza, in particolare con una lotta alle crescenti povertà.
Su queste omissioni è tornata la Commissione europea con la sua comunicazione del 22 luglio scorso, per “un rinnovato impegno a proteggere e responsabilizzare i cittadini dell’UE”. “Vaste programme”, come avrebbe detto con ironia il Generale de Gaulle, nonostante le sfide evocate con apparente ambizione.
Si va dalla necessità di facilitare l’accesso ai servivi e beni essenziali, tra questi l’alloggio e l’energia, all’attivazione della Direttiva sul salario minimo, ancora osteggiato dal governo italiano; dalle sfide poste dall’intelligenza artificiale al lavoro e non solo, fino al reiterato impegno di ridurre le disuguaglianze e ampliare l’equità e le pari opportunità. Tutto questo con un occhio preoccupato all’evoluzione della protezione sociale a fronte della crisi demografica che colpisce in particolare l’Europa.
Sono parole ed impegni importanti da non sottovalutare, ma soprattutto da sorvegliare nella loro effettiva realizzazione: per questa verifica un’occasione importante sarà quella del prossimo bilancio UE 2028-2034, in particolare nell’equilibrio che sarà trovato nei suoi due macro-capitoli: quello della coesione tra le regioni d’Europa e quello destinato a rendere l’Europa più competitiva nell’economia globale.
Capiremo meglio dall’esito finale del duro confronto in corso sul futuro bilancio UE quanta politica sociale potrà concretamente stimolare l’Unione Europea nei prossimi anni.













