Hanno colori diversi le bandiere della disunita Unione Europea.
Diverse non soltanto perché con quella a dodici stelle competono, spesso ostili, le ventisette bandiere nazionali, in attesa di rinforzi con i futuri allargamenti.
Si colora diversamente anche la stessa bandiera europea nei differenti contesti nei quali è coinvolta.
Colori vivaci, con le dodici stelle luminose, se si tratta di esprimere solidarietà, come quando è intervenuta in soccorso ai suoi cittadini, con risorse finanziarie straordinarie, nella pandemia da Covid o come nel caso del suo tenace sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia.
Garrisce fiera al vento la bandiera dell’UE all’annuncio di importanti accordi commerciali come recentemente avvenuto con il Mercosur in America Latina, in Australia e in India e prima con l’Indonesia e presto con il Messico.
Scolorisce invece il cielo azzurro della bandiera europea quando innesta la retromarcia sulla politica ambientale, la bandiera di cui era fiera, o quando tradisce i suoi valori fondativi nella chiusura a migranti di cui avrebbe grande bisogno o quando esita nella condanna al governo di Israele, più imbarazzata che orgogliosa che suoi cittadini provino, con la Flotilla, a correre in aiuto ai Palestinesi di Gaza e vengono umiliati dalla barbara ferocia di un ministro israeliano.
Non è confortante tutto questo scolorare della bandiera UE, anche perché a forza di impallidire rischia di diventare bianca, il colore della resa e con esso il pallore che ne annuncia la fine.
Che cos’è, se non una bandiera bianca, quella fatta sventolare per calmare le aggressioni di Donald Trump, l’ex-alleato e predatore globale, provvisoriamente frenato nei suoi appetiti sulla Groenlandia, mai soddisfatto per le sue smisurate pretese da un’Europa, bersaglio del suo disprezzo perché ancora non abbastanza vassalla.
Ha alzato bandiera bianca l’Unione Europea con l’accordo sottoscritto in Scozia, nel luglio scorso dalla Presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, e attualmente in corso di ratifica da parte di un Parlamento europeo diviso e spinto a sottomettersi da parte di governi impauriti, con la Germania e l’Italia in testa, preoccupate per gli interessi delle loro industrie e molto meno per il futuro dell’Unione Europea. Non importa se subito è arrivato il commento dell’incontentabile Trump per ricordare all’UE che il ricatto continuerà con il conflitto in corso sulle regole del mercato perché per il predatore i dazi sono solo una parte della contesa con l’Europa.
E non è bastato nemmeno il ritiro dalla Germania di 5000 soldati USA a mettere in guardia l’ondivago cancelliere Merz sull’indebolimento della sicurezza europea, forse immaginandosi di poter bastare a se stesso, grazie alla spinta al miliardario riarmo tedesco, con l’obiettivo di dotare la Germania entro il 2030 del più forte esercito convenzionale in Europa.
Che altro è se non alzare, questa volta non solo simbolicamente, bandiera bianca, assistere al progressivo disimpegno dell’ex-alleato dagli obblighi sottoscritti nella NATO, appena dopo aver accettato il diktat di Trump di portare la spesa militare all’insostenibile soglia del 5% del Prodotto interno lordo, proprio quando l’economia europea langue e rischia la recessione grazie alla sciagurata guerra in Iran, proprio ad opera di Trump e del suo complice israeliano.
Ci fu un tempo quando l’Europa, risollevatasi con difficoltà dal suicidio di due guerre mondiali, trovò il coraggio e la forza di cercare una sua strada verso pace e benessere sociale. Purtroppo non è quella verso la quale Trump spinge l’Unione Europea, cercando di spegnerle le stelle della sua bandiera.













