In questi tempi turbolenti si erano perse le tracce di azioni significative nella politica sociale dell’Unione Europea. E questo nonostante che si trattasse di una politica che aveva segnato la Comunità economica europea fin dai suoi inizi, con il Trattato di Roma del 1957 cui dobbiamo le prime misure di sicurezza sociale in favore dei migranti interni e la creazione del Fondo sociale europeo, uno strumento che nel corso degli anni ha alimentato importanti forme di solidarietà per il mondo del lavoro.
Lasciavano ben sperare le importanti direttive adottate in materia negli anni ‘70, tra le altre, sulla parità uomo-donna e sulla protezione dei diritti dei lavoratori in caso di licenziamento collettivo.
Inaugurò una fase nuova a metà degli anni ‘80 la promozione del dialogo sociale comunitario che consentì accordi importanti tra sindacati e imprenditori, tradottisi in direttive europee vincolanti. Progredì, almeno sulla carta, l’attenzione alla dimensione sociale negli anni ‘90 fino all’adozione, a inizio 2000, della “Carta dei diritti fondamentali nell’Unione Europea”, il cui Titolo IV era dedicato alla “Solidarietà” con il richiamo a diritti sociali nel lavoro.
Quella “Carta” sarebbe poi diventata parte integrante – e quindi giuridicamente vincolante – con il Trattato di Lisbona del 2009, attualmente in vigore, che all’art. 3.3 recita: “L’Unione si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale e su un elevato livello di tutela…”.
Ad oltre 15 anni da quell’impegno il bilancio non registra né la piena occupazione, né un rassicurante progresso sociale né una solida tutela dei diritti e questo nonostante l’adozione nel 2017 del “Pilastro europeo dei diritti sociali”, con l’obiettivo di promuovere pari opportunità e accesso al mercato del lavoro, condizioni di lavoro eque e protezione sociale e inclusione.
E’ quest’ultimo obiettivo che l’UE ha cercato di rilanciare nei giorni scorsi con l’adozione della sua prima strategia per sradicare la povertà entro il 2050, con il ricorso a nuove misure per combattere la povertà avvalendosi, nel futuro bilancio 2028-2034, di una dotazione di 100 miliardi di euro.
Le dimensioni della povertà nella pur ricca Unione Europea sono allarmanti: l’anno scorso 92,7 milioni di persone nell’UE erano a rischio povertà, pari al 20,9% della popolazione, 21,9 % donne e 19,8% uomini, con il 66%,3 tra i disoccupati e il 10,9% tra gli occupati.
Tre sono le piste principali che l’UE intende battere per affrontare il problema: l’accesso all’abitazione, il lavoro e il sostegno ai bambini che vivono in condizioni di povertà. Ma non va dimenticato il problema della disabilità nel mercato del lavoro dove è occupato il 55% delle persone con disabilità, contro il 77% delle persone senza disabilità.
Per far fronte a queste dimensioni della povertà l’Unione Europea non può purtroppo fare molto: da una parte, per le sue ridotte responsabilità in una materia di competenza nazionale e, dall’altra, per la scarsità di risorse di cui dispone. Anche per questo l’UE ha chiamato in soccorso la Banca europea per gli investimenti che prevede di finanziare 22 miliardi di euro in infrastrutture sociali nel biennio 2026-2027 a supporto del piano europeo di abitazioni accessibili.
Come si vede, una goccia nel mare delle persone vulnerabili, anche se con dimensioni più contenute rispetto agli 808 milioni di persone in condizioni di povertà estrema nel mondo, senza sradicare la quale non verrà sradicata nemmeno la povertà in Europa, tanto le radici della povertà sono profonde e tra loro intrecciate.












