UE di nuovo sotto attacco di Trump

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C’era una volta l’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del nord (NATO), aveva funzionato a lungo l’intesa tra gli Stati Uniti e l’Europa, con benefici per entrambe le sponde dell’Atlantico, insieme le due potenze economiche e commerciali erano cresciute e insieme avevano arginato a lungo il pericolo dell’Unione Sovietica.

Poi il mondo è cambiato: l’Unione Sovietica si è dissolta, la Russia ne ha ereditato una parte ma Putin vorrebbe riprendersi quello che ha perso dell’antico impero zarista, la Cina in forte crescita si avvia ad essere la prima economia del mondo e Donald Trump prepara gli USA a contrastarla, provocando e minacciando conflitti in mezzo mondo e abbandonando progressivamente l’alleanza con l’Europa.

Gli ultimi tempi hanno registrato segnali inquietanti per l’Unione Europea e per la Nato, accusate da Trump di non correre in suo aiuto nella guerra all’Iran, da lui scatenata senza nemmeno informarne gli alleati, e minacciando adesso di fare pagare il conto all’UE con l’arma dei dazi sulle auto e con la possibile riduzione delle truppe americane presenti negli insediamenti NATO, a partire dalla Germania, per proseguire con Spagna e Italia. Sono i tre Paesi UE, tra gli altri, che non hanno obbedito agli ordini del comandante in capo degli USA e preteso padrone del mondo.

La minaccia di indebolimento militare e commerciale dell’UE ha un facile bersaglio nei ritardi di quest’ultima nel suo sviluppo economico e tecnologico e nella incapacità dimostrata finora di dotarsi di una difesa comune e, almeno in parte, autonoma dalla protezione concordata con la NATO.

In un contesto politico ed economico europeo già fragile, il conflitto in corso con l’Iran non può che peggiorare la situazione con la previsione di un’ulteriore caduta della crescita, mediamente metà di quella americana, e di un aumento dell’inflazione, questa però inferiore a quella degli USA.

Da chiedersi se, in queste condizioni, la partita debba essere giocata dall’UE in difesa o in attacco. Finora nell’Unione Europea ha prevalso la prima opzione, fino a limiti di una passività che ha incoraggiato l’arroganza di Trump, dal caso dell’accordo sui dazi del luglio scorso o l’impegno assunto dai Paesi NATO a portare la spesa militare al 5% del Prodotto interno lordo (PIL) o, ancora, la disponibilità a subentrare al disimpegno degli USA nel sostegno all’Ucraina.

Si stanno moltiplicando le voci di quanti chiedono all’UE di passare all’attacco, avvalendosi della sua forza commerciale replicando i dazi e, se necessario, bloccando i flussi commerciali in provenienza dagli USA. Una risposta del genere richiede però un’Unione Europea compatta e governi dotati di una grande solidità politica: purtroppo non è il caso nemmeno per i quattro principali Paesi che non si sono piegati a Trump: Germania, Francia, Italia e Spagna. Tutti Paesi UE politicamente fragili, seppure con intensità e condizioni diverse: Germania, Francia e Spagna con maggioranze esposte ad un consenso elettorale precario,  e l’Italia, la cui stabilità di governo non nasconde le profonde divisioni della maggioranza sul versante della politica estera cui fa eco anche la frammentazione nell’opposizione.

Ancora una volta molto dipenderà da come si muoverà la Germania: se prevarrà la difesa della sua industria automobilistica o l’orgoglio di un Paese che ambisce a guidare l’UE, ma con un Cancelliere che al momento non sembra all’altezza del compito, pur puntando entro il 2030 a dotarsi del “più potente esercito in Europa” con le responsabilità che ne derivano.

E nella risposta UE a Trump sui dazi molto dipenderà anche dalla difficile intesa tra Parlamento europeo e il Consiglio dei ministri UE: il primo in parte più propenso a rispondere colpo su colpo, il secondo a trovare un’intesa che non aumenti le tensioni.   

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