Il 4 e il 5 maggio scorso si sono riuniti a Erevan una quarantina di paesi europei che fanno parte della Comunità politica europea (CPE), nata nel 2022 dopo l’aggressione della Russia all’Ucraina, su proposta del Presidente francese Emmanuel Macron. In un mondo in piena evoluzione, dove i solidi rapporti transatlantici si stanno velocemente sgretolando sia da un punto di vista della sicurezza che da quello della cooperazione economica e dove due guerre in corso ai confini dell’Europa lasceranno sconvolgimenti nelle relazioni internazionali, la riunione di Erevan ha messo in evidenza una strategia europea volta a nuove alleanze, a nuove prospettive diplomatiche e a nuove opportunità di cooperazione fra Paesi chiamati a fronteggiare inquietanti potenze egemoniche.
La presenza, per la prima volta, di un Paese come il Canada ha inoltre segnato un momento politico incoraggiante per l’Europa nel suo tentativo di coinvolgere nuovi partners che condividano approcci politici volti al multilateralismo, alla ricostruzione di un ordine mondiale basato sulle regole e, non meno importante, a condividere il sostegno all’Ucraina.
Si tratta tuttavia di una Comunità politica europea ancora molto fragile ma che sta facendo passi verso un futuro consolidamento geopolitico. Al Vertice di Erevan i partecipanti hanno discusso di cooperazione e alleanze in vari settori, dalla lotta contro il traffico di droga alla solidarietà energetica e alla connettività, dalla protezione della democrazia contro le ingerenze straniere e la disinformazione alla prospettiva di soluzioni di difesa e di sicurezza comuni.
La scelta di tenere il Vertice a Erevan contiene tuttavia un doppio messaggio geopolitico. In primo luogo, il fatto che si svolga nel cuore del Caucaso del Sud, terra da sempre nelle mire di Putin e parte dell’ex impero sovietico, sottolinea l’importanza geostrategica di una regione che farà da collegamento tra la Cina e l’Europa orientale, attraverso l’Asia centrale, il Mar Caspio e la Turchia. E’ uno snodo importante dal quale transitano già risorse energetiche e materie prime verso l’Europa, senza passare dalla Russia. In secondo luogo, perché, a ridosso del Vertice della CPE si è tenuto il primo Vertice UE – Armenia, segnando in tal modo non solo un riorientamento in corso dell’Armenia verso l’Unione Europea e, a lunga scadenza, verso la speranza di una possibile adesione, ma anche un rinnovato interesse per relazioni rafforzate dell’Europa verso questo Paese.
Una tale prospettiva rimette tuttavia sul tavolo di Erevan il futuro delle sue relazioni con Mosca, da sempre alquanto strette e da dove sono già arrivate le prime reazioni negative e le prime minacce politiche ed energetiche. Non solo, ma la prospettiva si inserisce anche, da una parte, sul percorso di pacificazione con l’Azerbaijan dopo la guerra del 2023 nel Nagorno Karabak e, dall’altra, sul ripristino dei rapporti diplomatici con la Turchia, sospesi da decenni. Tutte condizioni necessarie alla stabilità dell’intera regione del Caucaso del sud, allo sviluppo delle sue potenzialità geostrategiche in corso e, soprattutto necessarie all’avvicinamento all’Europa.
Nel quadro della politica europea di vicinato e di partenariato orientale, le relazioni fra Armenia e Unione Europea si basano su un accordo globale e rafforzato entrato in vigore nel 2021 che prevede, in particolare, il rafforzamento della democrazia, dello Stato di diritto, la riforma del sistema giudiziario nonché parità economiche, occupazionali e sociali per i suoi cittadini. Ma, come insegna ormai la nostra storia recente, l’avvicinamento o l’adesione all’Unione è un lunghissimo percorso carico di incognite in un mondo che evolve e cambia a notevole velocità.
L’Armenia andrà al voto il prossimo 7 giugno, dove sarà chiamata a confermare o meno l’interesse verso un futuro europeo o un nuovo ritorno verso le sfere del Cremlino, quest’ultimo già impegnato in forti ingerenze nella campagna elettorale in corso. Una politica che, purtroppo, non ci è nuova.










