Volano parole pesanti verso i “burocrati” di Bruxelles, qualcuno alla vicepresidenza del governo in Italia li considera “cretini” perché non capirebbero la gravità del momento con la conseguenza di aggrapparsi ai numeri, anche solo a pochi decimali, per condannare un Paese alla recessione per poi curarlo quando sarà morto.
Sarebbe facile rispondere che “pacta sunt servanda“: se proprio il tuo governo nel 2024 ha sottoscritto liberamente , magari senza rendersi conto degli impegni presi, un patto con i partner UE per il rispetto delle regole nella gestione delle finanze pubbliche nazionali, adesso ti tocca onorarlo o, in alternativa, provare a cambiare il Patto di stabilità o uscirne con tutto quello che ne consegue.
Purtroppo il problema non risiede soltanto in quei due decimali oltre il consentito, quello di un deficit annuale del 3,1% invece che, anche solo di poco, inferiore al 3%. L’allarme che risuona da tempo a Bruxelles, e non solo, è quello di un debito pubblico italiano che si è consolidato negli anni fino a superare i 3000 miliardi di euro, oltre il 137% del Prodotto interno lordo (PIL), che le agenzie internazionali prevedono in crescita, in un quadro internazionale che registra un’esplosione del debito complessivo attorno al 100% del PIL mondiale.
Tutto questo mentre la soglia tendenziale pattuita nell’UE era del 60%, con un debito medio europeo oggi al 95%, con un costo oggi del debito italiano per gli interessi di circa 85 miliardi di euro all’anno, previsti in forte aumento se, come probabile, l’inflazione torna a salire spingendo la Banca centrale europea (BCE) ad aumentare i tassi di interessi.
Dirà qualcuno che l’Italia non è la sola ad avere un debito fuori misura: vero, ma non solo il debito italiano è il più alto nell’Unione Europea, è anche quello che viene alimentato da anni da un tasso di crescita tra i più bassi nell’UE, attualmente sotto la metà della media europea, con la prospettiva di scendere ancora e con il rischio per l’Italia di finire in recessione .
Sono questi numeri che inquietano i “ burocrati cretini” chiamati a vegliare sulle compatibilità finanziarie tra i partner europei e sulla stabilità della moneta unica che la Banca centrale europea a Francoforte deve salvaguardare.
È un servizio da rendere non solo all’UE, ma anche e urgentemente all’Italia che sta indebitando le sue generazioni future alle prese con una popolazione che invecchia, un’economia che non decolla e un ambiente che si sta deteriorando a vista d’occhio in un territorio sempre più fragile.
Ed è un servizio da rendere all’Italia, in particolare alla vigilia di un appuntamento elettorale, quello del 2027, che provocherà più di una tentazione di offrire favori ai propri elettori, magari ricorrendo a scostamenti di bilancio, evocati in questi giorni da Giorgia Meloni, che renderanno ancora più precario il futuro dell’Italia.
Da troppo tempo in Italia si firmano allegramente cambiali che altri in futuro dovranno onorare e che già oggi fanno perdere credibilità a un Paese che non si sa quanto sia solvibile, in particolare in uno scenario internazionale ad alto tasso di imprevedibilità, dove fragilità un tempo sostenibili potrebbero diventare baratri in cui si rischia di precipitare, trascinandosi dietro anche altri compagni di cordata con un drammatico effetto domino.
Chi accusa l’UE di precipitare il malato in un coma irreversibile forse potrebbe anche vedere nel richiamo alle regole liberamente condivise, e finché rimangono tali, la convinzione che prevenire sia meglio che curare.
Sempre che si sia ancora in tempo.












