
La schiacciante vittoria di Peter Magyar alle elezioni politiche in Ungheria del 12 aprile scorso, frutto di una grande partecipazione democratica al voto, segna un punto di svolta non solo per l’Ungheria ma anche per l’Unione Europea, liberata dalla presenza di Viktor Orban, in attesa di conoscere l’esito elettorale in Bulgaria il prossimo 19 aprile. Due elezioni in due Paesi che hanno raggiunto l’Unione Europea nel primo decennio del secolo, l’Ungheria nel 2004 e la Bulgaria nel 2007, quest’ultima entrata nella moneta unica all’inizio dell’anno, l’Ungheria ancora fuori. La prima con una popolazione di meno di 10 milioni di abitanti, la seconda con poco più di 6 milioni, ma oggetto entrambe di attenzioni per le loro passate ambiguità nei confronti della Russia.
E’ stato soprattutto il caso dell’Ungheria, sotto la guida di Viktor Orban dal 2010, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina, con la quale confina ad est e alla quale aveva da tempo negato il suo sostegno, ostacolandone il percorso verso l’Unione Europea. Ma non c’era bisogno di conoscere il suo atteggiamento verso l’Ucraina per capire quanto poco Orban aderisse al progetto europeo e quale fosse la sua lealtà nei confronti dei partner europei.
Era sufficiente vedere come aveva trasformato una democrazia ancora fragile in un’autocrazia, da lui definita una “democrazia illiberale”, dove l’aggettivo prevaleva di gran lunga sul sostantivo, in gran parte svuotato di contenuto. Ne sanno qualcosa l’indipendenza persa della magistratura, le limitazioni al pluralismo dell’informazione, l’attacco ai diritti fondamentali e le manovre torbide nella gestione dell’economia pubblica.
Tutto questo nonostante la generosità eccessiva dell’UE nel trasferire importanti risorse all’Ungheria (circa 65 miliardi di euro al governo di Orban) e senza dare seguito ai richiami del Parlamento e della Corte europea di giustizia a rispettare le regole dello Stato di diritto, in un Paese che si colloca a questo proposito ultimo nell’UE.
Grande amico degli USA di Donald Trump, screditato dal clamoroso voto ungherese, che non a caso lo additava come un governante esemplare e che non aveva esitato a sostenerlo nella campagna elettorale inviandogli a supporto il suo vicepresidente J.D. Vance e ricevendolo ripetutamente nell’arena dello Studio Ovale.
Quanto bastava per fare sentire Orban in una botte di ferro e brandire l’arma del ricatto del voto all’unanimità, in particolare per indebolire il sostegno dell’Unione Europea all’Ucraina, come ancora nel caso recente del blocco dei 90 miliardi dell’UE destinati a Kiev, per altro senza costi per l’Ungheria, e dell’ultimo pacchetto di sanzioni alla Russia.
Tutto bene dunque per l’Ungheria, l’Unione Europea e, di conseguenza, anche per l’Ucraina?
E’ presto per rispondere ad queste domande. Intanto bisognerà vedere come avverrà la transizione tra Orban e il vincitore Magyar, populista e conservatore di centro-destra: resta un’incognita la sua adesione al progetto di integrazione europea e al sostegno all’Ucraina, in particolare per il suo contrastato percorso verso l’UE, mentre restano confermate le posizioni del suo predecessore, in particolare in materia di contrasto all’immigrazione.
La sconfitta di Orban non significa necessariamente un progresso dell’opzione federalista europea, anche se indebolisce le destre estreme, ma a vantaggio delle destre al governo in Europa.
La maggioranza assoluta dei seggi conquistata da Magyar gli consentirà di affrontare l’impresa non facile di ristabilire in Ungheria il rispetto dello Stato di diritto, viste le manomissioni in profondità di Orban della Costituzione ungherese e contrastare le alleanze sovraniste, coltivate da Orban, compresa quella con Giorgia Meloni, a lungo sua complice, obbligata adesso senza più alibi ad uscire allo scoperto.











