
Diventa sempre più difficile interpretare l’evoluzione della situazione di guerra in Medio Oriente, dove le dichiarazioni del Presidente Trump oscillano continuamente, in modo contradditorio, tra annunci di negoziati con l’Iran e smentite, sospensione temporanea dei bombardamenti e annuncio di un forte dispiegamento di militari nel Golfo, creando una fosca incertezza non solo sull’insieme della scena regionale, ma anche a livello globale.
Un atteggiamento che non ha tuttavia messo in difficoltà l’alleato Israele, il quale, ha continuato senza tentennamenti la sua strategia e i suoi obiettivi militari su vari fronti, siano essi in Iran, in Libano, in Siria o in Iraq.
Le conseguenze di queste scriteriate guerre sono ormai note e pesano come macigni sulle popolazioni civili coinvolte, sulla sicurezza di tutti i Paesi della regione, sulla distruzione della produzione energetica, sui rischi per l’economia regionale e mondiale, sulla chiusura e il controllo dello Stretto di Hormuz e sul prezzo dei carburanti, la cui ombra lunga arriva con le bollette sino alle nostre case.
L’Iran ha immediatamente risposto agli attacchi USA e israeliani fin dall’inizio, in modo deciso e prolungato, colpendo, oltre Israele, i Paesi del Golfo, vicini agli Stati Uniti, Bahrein, Koweit, Arabia Saudita, Qatar, Oman e Emirati Arabi Uniti.
Per l’Iran, la posta in gioco è alta ed è, in particolare, la difesa e la sopravvivenza della Repubblica islamica, a costo anche di reprimere violentemente ogni opposizione al regime. Dopo un mese di guerra, di indebolimento e di uccisione dei responsabili politici, Teheran continua la sua risposta, con un approccio, dicono gli esperti, che non è quello di una “vittoria militare” ma quello di temporeggiare, prolungare e frammentare il più possibile il conflitto, creare pressione sugli Stati Uniti attraverso i suoi alleati nella regione, alzare il prezzo del petrolio, del gas e di altre materie prime e gonfiare l’inflazione a livello globale. Una strategia volta a stancare e a fermare Trump e a rendere amara, dispendiosa e incerta una “vittoria” degli Stati Uniti.
Si tratta anche di una strategia che ha risvegliato, in parte, anche quell’Asse della Resistenza che circondava e sosteneva l’Iran, Asse parzialmente indebolito durante la guerra dei dodici giorni del giugno scorso. Fra i membri coinvolti, come Hezbollah in Libano o le milizie sciite in Iraq, spiccano anche gli Houthi, gruppo che governa gran parte dello Yemen e che ha deciso di entrare nella guerra in corso lanciando un missile balistico contro Israele.
Non si tratta tanto di temere la potenza militare degli Houthi, quanto la loro posizione geografica e strategica : essi controllano lo stretto di Bab el Mandeb, tra Yemen e Gibuti che dà accesso al Mar Rosso. Se decidessero di bloccarlo sarebbero fortemente a rischio i traffici commerciali provenienti dall’Oceano Indiano nonché il transito di greggio diretti verso il Mediterraneo e l’Europa. Sarebbe quindi ancor più problematico per l’Europa che non la chiusura dello stretto di Hormuz, da dove transita soprattutto il 75% del petrolio destinato ai mercati asiatici.
Va ricordato tuttavia che, nel complesso, attraverso il Mar Rosso passa il 9% di tutto il petrolio convogliato via mare al mondo e l’8% di tutto il gas naturale liquefatto. L’eventuale chiusura di Bab el Mandel aggraverebbe ulteriormente la crisi energetica a livello mondiale.











