Il fiume carsico della Brexit

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Presto saranno due anni da quando l’azzardato referendum di David Cameron, nel giugno del 2016, ha spinto la Gran Bretagna ad allargare la Manica, con l’obiettivo di farla diventare una frontiera con l’Unione Europea, venendo meno al patto di adesione al progetto di integrazione europea, sottoscritto quasi mezzo secolo fa.
Da allora la vicenda di Brexit sembra aver scelto un percorso carsico, che scorre parte sotterraneo e parte in superficie.
Per nove mesi il tema è ristagnato nell’isola per poi emergere nel marzo 2017 con la decisione britannica di dare corso alla procedura di separazione da concludersi con un formale divorzio entro la fine di marzo 2019, prima delle prossime elezioni del Parlamento europeo.
Questo il copione previsto, anche se ad oggi nessuno giura che verrà recitato fedelmente, mentre già si parla di un ulteriore periodo di proroga, a rischio dopo gli incontri della settimana scorsa, per l’esecuzione del divorzio non oltre dicembre 2020, quando scadrà il settennato finanziario UE 2014-2020.
Intanto a Bruxelles i negoziati stanno entrando nella fase decisiva, dopo i pre-accordi raggiunti in occasione del Consiglio europeo UE del dicembre scorso sulla libera circolazione dei cittadini comunitari, il rispetto degli impegni finanziari della Gran Bretagna verso l’UE e la gestione “morbida” della frontiera tra l’Ulster e la Repubblica d’Irlanda che rimarrà nell’UE.
Nel corso dell’ultima tornata negoziale, l’UE ha messo sul tavolo il nodo centrale della partecipazione britannica al mercato unico europeo che se, come ripete Theresa May, “Brexit vuol dire Brexit”, non potrà essere quella di prima. Alla Premier britannica l’UE risponde senza mezzi termini: “Per il Regno unito è venuto il momento di decidere se intende fare parte dell’unione doganale. Stare fuori significa inevitabili barriere ai commerci”. Tradotto significa dazi sulle merci, oltre che sui servizi, con il danno economico che ne conseguirebbe.
Come se questo contenzioso non bastasse Theresa May ha dichiarato che la libera circolazione dei cittadini comunitari verrà meno già durante l’eventuale periodo di transizione, quello che a tutti gli effetti l’UE considera vincolato agli obblighi contratti con il Trattato di adesione del 1973, compresa la giurisdizione della Corte europea di Giustizia.
Sono questi solo alcuni dei nodi emergenti del rompicapo negoziale in corso. Ad essi vanno aggiunti quelli più sotterranei che si aggrovigliano all’interno della politica britannica e dello stesso partito della May, in una Gran Bretagna che tarda a capire in quale guaio si è cacciata, come continua a ricordarle il mondo economico e finanziario britannico e non solo.
Il partito conservatore è sempre più diviso su Brexit e sul sostegno alla May, che sono in molti a pensare possa perdere la guida del governo e dover andare a nuove elezioni anticipate. Di fronte stanno i laburisti in crescita di consensi con il loro leader, Jeremy Corbyn, che sembra più disponibile a trovare un compromesso con l’UE se dovesse arrivare al governo.
Naturalmente non siamo ancora in questo scenario, né in quello di una ripetizione dello sciagurato referendum del 2016, ma nella confusione del percorso carsico di questi giorni nulla sembra da escludere.
Quello che si può escludere fin d’ora è che, in caso di conclusione del divorzio con l’UE, sembra profilarsi per la Gran Bretagna un lungo periodo di incertezza proprio nel cuore dei suoi interessi, quello del libero scambio commerciale, suo prevalente obiettivo da sempre nella partecipazione al processo di integrazione europea.

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