Votare per l’Italia, in Europa

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Può sembrare una banalità ma forse vale la pena ricordare che domenica 4 marzo votiamo in Italia, che è (ancora) nell’Unione Europea, dove da oltre sessant’anni si lavora alla costruzione della nostra casa comune. Come dire che col prossimo voto indicheremo anche l’Europa che vogliamo domani, a partire dall’Unione Europea in cui viviamo oggi.
E ha un senso riflettere al voto nazionale imminente partendo dalla valutazione dell’UE di oggi: in proposito la campagna elettorale ci ha offerto confuse variazioni sul tema non solo tra un partito e l’altro, ma anche all’interno di uno stesso partito.
Nelle ali estreme degli schieramenti politici è prima prevalso di gran lunga un giudizio negativo che ha preso di mira, tra l’altro, le politiche di austerità, i vincoli dell’euro e le mancate risposte alle pressioni migratorie; più recentemente alcune critiche si sono ammorbidite, altre temporaneamente occultate, altre ancora mandate in archivio. Resta che la percezione dell’UE, sedimentatasi nel tempo nell’opinione pubblica, risulta largamente negativa, scontando l’inevitabile riflesso del “capro espiatorio”, su cui scaricare mali prevalentemente nazionali, come nel caso delle difficoltà dell’economia e delle sue ricadute sociali. Dimenticando quanto l’UE sia stata anche un argine nelle turbolenze finanziarie, uno stimolo al rilancio dell’economia, una protagonista nella lotta al cambiamento climatico e un attore importante a sostegno della quattro libertà di circolazione del Trattato di Roma, oltre che preziosa salvaguardia per la pace nella casa comune.
Più articolato è stato il giudizio delle componenti dello schieramento politico provenienti da una più lunga tradizione “europeista” e consapevoli dell’interdipendenza delle dinamiche economiche nell’UE e più attente ai rischi per la pace nell’evoluzione geopolitica in corso, in particolare nell’area mediterranea e mediorientale, ma non solo. Ne è scaturito un messaggio espresso con toni molto cauti, nel timore di dare fiato a reazioni euroscettiche e populiste, con il risultato finale – salvo per una recente lista di forte profilo europeista – di non fare invece positivamente leva sulla sfida europea, diversamente da come avvenuto in Francia e come sta avvenendo nel negoziato in corso per la formazione del governo tedesco.
Il rischio alla fine potrebbe essere quello di far perdere all’Italia l’occasione per inserirsi nel confronto che vede i principali attori europei misurarsi su alcuni nodi decisivi del futuro dell’UE, come già apparso chiaramente nel Consiglio informale dei Capi di Stato e di governo la settimana scorsa.
A Bruxelles tre temi in particolare sono stati all’ordine del giorno: il futuro “piano finanziario” 2021-2027, dal quale dipenderanno entrate e uscite delle risorse finanziarie europee per i prossimi anni; le iniziative UE in Africa per arginare i flussi migratori e la futura ripartizione delle responsabilità ai vertici delle Istituzioni UE.
Un tema, quest’ultimo, che agita le Cancellerie europee in vista delle prossime elezioni, tra poco più di un anno, del Parlamento europeo: dal loro esito dipenderà l’affidamento di responsabilità importanti, come quelle dei presidenti della Banca centrale europea, con l’uscita di Mario Draghi, del Consiglio europeo, della Commissione europea oltre, naturalmente, quella del presidente del Parlamento europeo, dove l’italiano Antonio Tajani potrebbe cedere precocemente il posto, se dovesse essere chiamato al governo in Italia.
Tutto questo via vai nelle Istituzioni UE avverrà in un probabile contesto di rilancio del progetto di integrazione europea con l’uscita – se ci sarà – della Gran Bretagna dall’UE fra un anno e con il ritorno del motore franco-tedesco in caso di “Grande coalizione” in Germania, se nel referendum del 4 marzo i socialdemocratici daranno il loro consenso.
Sarà banale ripeterlo, ma non dovrebbe sfuggire che con il voto del 4 marzo voteremo non solo per l’Italia, ma anche per l’Europa e dall’esito del nostro voto capiremo meglio quanta Italia ci sarà (ancora) in Europa e quanta e quale Europa ci sarà per l’Italia nei prossimi anni.

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