Vertice europeo a Granada: tutto e niente

110

La saggezza popolare l’aveva anticipato: “chi troppo vuole, nulla stringe” e così è più o meno andata nei Vertici a Granada, sotto la presidenza semestrale spagnola, dedicati a troppi problemi con troppi frammentati interlocutori e con troppi retro-pensieri in vista delle prossime elezioni europee di inizio giugno 2024.

Proviamo a semplificare, precisando che si trattava di “Vertici informali” e come tali non annunciavano decisioni, come naturalmente è andata, cominciando dal Vertice pan-europeo allargato a 47 Paesi del continente in quel club in formazione che porta il nome ambizioso – Macron oblige – di “Comunità politica europea” (CPE). 

Assenti di rilievo il leader turco, Erdogan, e quello dell’Azerbaijan, imbarazzati da quanto avvenuto nel Nagorno Karabakh con l’aggressione degli azeri agli armeni, vittime sacrificali in quelle terre, senza la protezione della Russia in altre faccende affaccendata. Non è mancata la condanna dell’UE all’Azerbaigian, dal quale dipende per la fornitura di energia, ma niente di più.

Naturalmente non poteva mancare un confronto sulla guerra in Ucraina, vista anche la presenza di Zelenski, ma anche per le notizie in provenienza dagli Stati Uniti con i repubblicani orientati a rivedere il sostegno al Paese aggredito dalla Russia, anche qui in vista delle elezioni presidenziali dell’anno prossimo, senza dimenticare le crescenti esitazioni delle Cancellerie europee a mantenere la stessa intensità di sostegno militare all’Ucraina.

Per non farsi mancare nulla, tra un incontro bilaterale e l’altro, i leader UE hanno discusso dell’agenda strategica per l’allargamento e le riforme interne in vista dell’ingresso, non si sa bene quando, di una decina di nuovi Paesi nell’UE. Non sarà una passeggiata per nessuno. Non per i Ventisette di oggi che dovranno prima dotarsi di nuove regole per le procedure di decisione, con un graduale abbandono del voto all’unanimità, e di un bilancio rafforzato e la conseguente distribuzione del bilancio comunitario, con molti Paesi che dovranno passare nella categoria dei contributori netti che pagheranno di più di quanto riceveranno. 

E non sarà nemmeno una passeggiata per i Paesi candidati ad entrare che, dopo l’esperienza non sempre felice dell’allargamento di inizio secolo, dovranno dimostrare di essere compatibili con l’assetto democratico ed economico dell’UE attuale. Non sarà facile per loro intensificare, come richiesto, gli sforzi di riforma, in particolare nel settore dello Stato di diritto.

Per i media i riflettori si sono puntati sul tema migranti, in particolare in Italia, con il governo alla ricerca di alleanze e solidarietà per rispondere ai flussi che si sono moltiplicati negli ultimi mesi. Anche qui i risultati, al netto della propaganda politica pre-elettorale, non sono stati brillanti, al punto che non è stato possibile nemmeno adottare un orientamento condiviso, obbligando la presidenza del Consiglio europeo a più di una acrobazia per occultare i dissensi, con una dichiarazione finale del presidente che più “informale” e vaga non poteva essere. Questo perché due Paesi, presunti “amici” del governo italiano – Polonia e Ungheria – si sono messi di traverso e impedito di raggiungere l’unanimità, senza potere tuttavia impedire che si possa nelle sedi formali – Consiglio dei ministri e Parlamento – procedere ad una decisione adottata a maggioranza qualificata. In gioco sarà l’adozione del “nuovo” (la proposta è del 2020) Patto per le migrazioni e l’asilo,  entro la fine della legislatura: impresa non facile in questo contrastato contesto di vigilia elettorale.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here