Venti di tempesta alle frontiere orientali dell’UE

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Sono venti poco rassicuranti e portatori di instabilità quelli che soffiano dal Caucaso ai Balcani e che vengono a toccare da vicino le frontiere dell’Unione Europea.

In Caucaso, sembra infatti momentaneamente conclusa la lunga guerra fra Armenia e Azerbaijan per il Nagorno Karabakh, con la vittoria schiacciante degli azeri, con l’esodo dell’intera popolazione di etnia armena verso l’Armenia e la cancellazione del Nagorno Karabakh dalle carte geografiche. Sul terreno sono rimaste le profonde tracce di una popolazione  in fuga, ferita e senza più terra e radici. Una situazione che rivela tutta la complessità di una soluzione pacifica per il futuro della regione. La paura e il timore che aleggiano infatti sui futuri negoziati di pace, alquanto squilibrati, sono quelli di una momentanea tregua e che il conflitto, come temono tanto gli armeni, potrebbe riesplodere e allargarsi all’interno dell’Armenia stessa.

Se il Nagorno Karabak ha rappresentato tutte le difficoltà e l’epilogo di una storia di indipendenza e di sovranità non accettata e riconosciuta, molto più vicino ai nostri confini orientali è riesploso un conflitto che riecheggia ragioni comparabili, quello fra Serbia e Kosovo.

Il 25 settembre scorso infatti un conflitto a fuoco fra un gruppo armato e la  polizia kosovara nel Nord del Kosovo, regione abitata in maggioranza da popolazione serba, ha violentemente riacceso le tensioni militare, politica e diplomatica fra Pristina e Belgrado.

Una tensione che cresce dal momento della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo nel 2008, indipendenza mai accettata e riconosciuta dalla Serbia (e da una parte della comunità internazionale) che continua a considerare il Kosovo parte del suo territorio.

Le tensioni sono inoltre aumentate in quella regione dopo le contestate elezioni amministrative dello scorso maggio, boicottate dalla popolazione serba e dove  Pristina non riesce ad esercitarvi sovranità e governo.

La Serbia è Paese candidato all’adesione all’Unione Europea, mentre il Kosovo è considerato Paese potenziale candidato. Bruxelles ha fatto vari tentativi di negoziato fra i due Paesi, ma da mesi il processo negoziale è fermo e le acute tensioni di questi giorni allontanano sempre più un ragionevole compromesso politico sullo statuto della regione abitata dalla minoranza serba in Kosovo.

Nel frattempo, sullo sfondo di minacce da parte della Serbia di schierare truppe ai confini con il Kosovo e di tensioni  rese ancora più acute dal clima di insicurezza generato dalla guerra in Ucraina mossa dalla Russia, la gravità dell’ultimo incidente armato potrebbe riaccendere nei Balcani scenari di guerra che ricordano un recente passato e che avremmo voluto consegnare alla storia.

Rimane il fatto che, ora più che mai, l’Unione Europea dovrà rispondere, senza indugiare più a lungo, sulla sua politica di allargamento e di stabilità alle sue immediate frontiere orientali. Una risposta che dovrà guardare non solo oltre le sue frontiere, ma anche alla necessità di dotarsi di procedure di decisione necessarie interne per far fronte alle grandi sfide che pongono i veloci cambiamenti in corso sulla scena internazionale.

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