Venti di guerra sulla Siria

La data del 21 agosto sembra aver segnato, per la comunità internazionale, il giorno in cui il Governo siriano ha definitivamente superato, nella guerra civile in corso, tutte le linee rosse oltre le quali non può più concedersi il lungo e tragico ritornello dell’indignazione. Quel giorno Bachar al Assad avrebbe fatto uso di armi chimiche e di gas nervino contro il suo popolo, causando centinaia di vittime. Ispettori dell’ONU, malgrado le ovvie difficoltà, stanno cercando di raccogliere prove concrete di un tale uso, mentre gli Stati Uniti, appoggiati da una coalizione di altri Paesi, stanno pensando e preparando una risposta militare a questo massacro siriano che, armi chimiche o meno, dura ormai da più di due anni e mezzo.

Due anni e mezzo in cui si contano a migliaia le vittime, a centinaia di migliaia i profughi nei Paesi vicini, Turchia e Giordania in testa e durante i quali il regime di Bachar al Assad  non ha arretrato di un passo e non ha mai dato tregua a ribelli che ha sempre e solo considerato terroristi. Nata sulla scia delle Primavere arabe nel marzo 2011, la contestazione al regime siriano si è via via tramutata in una vera e propria guerra civile, con un’opposizione sempre più in difficoltà a dotarsi di una visione comune e condivisa sia da un punto di vista politico che militare e sempre più composta da forze con interessi strategici ed etnico-religiosi divergenti.

Ma sono stati anche due anni e mezzo in cui la comunità internazionale, in particolare nella sua espressione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha dimostrato tutte le sue divergenze di interessi politici ed economici  nella regione, sfociate in una paralizzante incapacità di condanna del regime di Damasco e a dimostrazione di quanto il Medio Oriente, e la Siria in particolare, siano snodi sensibili e geostrategici di rilevante importanza anche nei nuovi rapporti da dopo guerra fredda fra le grandi potenze, in particolare USA e Russia. È trascorso così un lungo periodo in cui, tra il sostegno della Russia e della Cina al regime di Bachar al Assad, le tentazioni e i tentativi di Stati Uniti, di Paesi europei e arabi di sostenere finanziariamente e militarmente i ribelli e un pesante interrogativo sul dopo Bachar al Assad, i rapporti di forza nella regione si sono modificati e, oggi più che mai, avvolti in una spirale dall’esito più che incerto.

In favore di un intervento militare gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Francia, la Turchia, la Lega araba e l’Italia solo con una copertura delle Nazioni Unite. La Russia ha avvertito sulle conseguenze disastrose di un intervento. Comprensibili le esitazioni del Presidente Obama che, dall’inizio del suo mandato, cerca disperatamente di uscire da altre due disastrose guerre nella regione; un intervento che escluderebbe ormai qualsiasi altro tentativo politico o diplomatico di soluzione del conflitto. Le conseguenze di un tale intervento sono infatti di una pericolosità imprevedibile: le posizioni sullo scacchiere regionale coinvolgono non solo la Siria ma anche i Paesi che la sostengono, in particolare l’Iran, il cui programma nucleare è oggetto di forti tensioni con la comunità internazionale, e il Libano attraverso gli Hezbollah. Ma avrà ripercussioni anche in Iraq, in Israele e Palestina, dove il recente tentativo statunitense di riavviare negoziati di pace sarà più che mai nuovamente compromesso. Ma soprattutto solleverà la questione della sorte del regime di Bachar al Assad, con tutti gli interrogativi che ciò comporta sul futuro di una possibile sostituzione e sugli inevitabili nuovi rapporti di forza che ciò creerebbe sullo scacchiere regionale e internazionale.

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