USA-CINA, i nuovi ingredienti di una guerra fredda

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Sono sempre più tesi i rapporti fra Stati Uniti e Cina, tanto da riparlare di una nuova  “guerra fredda”. Echi di toni minacciosi si rincorrono infatti da Washington a Pechino, su uno sfondo di attualità sempre più turbolento: negli USA continua la lotta al coronavirus con il suo altissimo strascico di vittime e di disoccupati in continuo aumento ; dilagano le manifestazioni e la collera per l’uccisione da parte della polizia del giovane afroamericano George Floyd e il Presidente Trump è rabbiosamente impegnato nella campagna elettorale in vista delle elezioni presidenziali di novembre. In Cina, la pandemia sembra essere finalmente sotto controllo, ma, nello stesso tempo, sono riesplose le manifestazioni ad Hong Kong, provvisoriamente messe fra parentesi durante il periodo più acuto del Coronavirus.

Riparlare oggi di “guerra fredda”, significa in primo luogo ricordare gli aspetti politici, economici, militari e ideologici che erano alla base di quella prima guerra fredda, durata circa mezzo secolo, e che ha ritmato i rapporti fra Stati Uniti e Unione Sovietica fino agli anni 90. Si trattava di due sistemi politici che si affrontavano, comunismo e liberalismo, con il comune obiettivo di imporsi a livello mondiale; una corsa agli armamenti e al raggiungimento di una parità strategica, pagata a caro prezzo dall’Unione Sovietica e raggiunta a scapito dello sviluppo economico; una mancanza di relazioni economiche fra Mosca e Washington;  dei confronti militari che avvenivano su altri terreni e in altri Paesi, in Africa, in America Latina (Cuba) in Asia (Vietnam), rinchiusi in una deterrenza nucleare che aveva contribuito ad evitare la guerra tra le due superpotenze e a mantenere la pace in Europa.

Tutt’altro scenario oggi per quanto riguarda la “guerra fredda” fra Cina e Stati Uniti. La Cina è certamente governata dal partito unico comunista, ma non sembra essere un suo obiettivo estendere tale modello al resto del mondo. In secondo luogo l’economia cinese è completamente integrata nell’economia mondiale, capitalista, aperta al mondo, non solo compatibile con l’economia americana ma anche sempre più interdipendente. La Cina persegue il suo obiettivo di ricostruire le antiche e prestigiose vie della seta, le moderne “Belt and Road Initiatives” volte a collegare l’Impero di Mezzo all’Europa, passando dall’Asia Centrale e dalla Russia, ma anche al Medio Oriente e all’Africa. Un faraonico progetto in corso, perseguito con instancabile determinazione  per portare la Cina ad occupare il posto di prima potenza mondiale, mettendo al centro del confronto con gli Stati Uniti i rispettivi interessi geopolitici. Un progetto che avanza tuttavia senza scrupoli e senza sensibilità nei confronti del rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo.

Ed è qui infatti che si concentra il nodo del contendere: gli Stati Uniti non possono lontanamente immaginare di perdere il posto di prima potenza mondiale. Un diritto percepito quasi divino, giustificato anche dal fatto di rappresentare una democrazia e un modello basato su valori universali “esportabili” in altri Paesi del mondo. Anche se, in particolare oggi nelle mani di Trump, questi valori sono stati e sono sempre più messi alla prova dalla politica dell’”America first” e non solo. 

Viviamo in un mondo sempre più interconnesso e con orizzonti comuni che si allargano sempre più. E’ di vitale importanza che si trovino gli strumenti necessari che portino innanzitutto, nel quadro di un interesse reciproco, al dialogo e alla distensione fra Cina e Stati Uniti. Un ruolo che l’Unione Europea potrebbe assumere, in una rinnovata esigenza di multilateralismo, di rispetto dei diritti umani universali e, in prospettiva, di interessi per il mondo intero.

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