Unione Europea: il fastidio delle regole

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Tutti a lamentarsi, giustamente, di questo mondo senza regole e senza governo, a denunciare la giungla dei forti contro i deboli, ma anche in molti infastiditi da regole e vincoli, pur contratti di comune accordo.

E’ quanto accade anche con l’Unione Europea, uno spazio di convivenza pacifica, sorretto da regole adottate sulla base dei Trattati costitutivi, che sperimenta da quasi settant’anni una “governance” condivisa, innestata su un’inedita, e purtroppo ancora incompiuta, “democrazia tra le nazioni”.

Non passa giorno senza che l’UE debba registrare infrazioni e rottura di ogni genere di regole, tanto al suo interno che nei suoi rapporti con altri Paesi.

Sul versante esterno, basta pensare al venir meno degli accordi che hanno governato in questi decenni il commercio internazionale: grande protagonista di queste rotture il presidente USA, Donald Trump, segnalatosi ancora recentemente per la minacciata guerra dei dazi, senza dimenticare i rischi che sta facendo pesare su consolidate alleanze nell’area occidentale su temi sensibili come quello della sicurezza e della difesa. Giorni fa sul fronte dei dazi è intervenuta una fragile tregua, almeno fino al prossimo incombente tweet e in attesa di un negoziato UE-USA che si annuncia difficile e i cui esiti non si sa quanto saranno solidi e duraturi.

Sul continente – pardon, sull’isola di Sua Maestà – non tira aria migliore: Brexit rappresenta la rottura di un patto, faticosamente negoziato quasi cinquant’anni fa, in verità mai pienamente rispettato, e il cui recesso traumatico annuncia problemi seri su entrambe le sponde della Manica.

Non va molto meglio tra i rimanenti Ventisette Paesi UE, nessuno dei quali per ora denuncia i Trattati liberamente sottoscritti, ma in molti ne erodono il tessuto che rischia di sfilacciarsi fino alla rottura. Si pensi al comportamento di Paesi come l’Ungheria e la Polonia, disinvolti nell’interpretare le regole dello Stato di diritto, aggredendo l’indipendenza della magistratura e la libertà della stampa e dei movimenti della società civile. Più cauta, ma non meno disinvolta, la Francia nell’interpretare l’Accordo di Schengen, come possono sperimentare ogni giorno quanti debbono di questi tempi attraversarne i confini.

Per non parlare di quanto avviene  in Europa con imprese private, come nei giorni scorsi il comportamento antisindacale della compagnia aerea low cost Ryanair che ha lasciato a terra migliaia di viaggiatori rifiutando di farsi carico dei rimborsi previsti dalla normativa europea.

E che dire poi del rispetto delle regole europee – ripetiamo: liberamente sottoscritte – da parte dell’Italia dopo quanto accaduto a proposito dello sgombero del campo Rom di Roma, nonostante la messa in guardia della Corte di Strasburgo e dopo gli annunci muscolari del ministro dell’Interno di andare oltre il diritto internazionale sull’accoglienza di migranti e profughi?

Se poi a questo si aggiungono le ripetute dichiarazioni dei due vicepresidenti del Consiglio a proposito del disinvolto superamento dei vincoli per il riequilibrio della finanza pubblica, allora non resta che costatare che il fastidio per le regole sta superando la soglia della nostra già fragile credibilità in Europa e non rassicurano più di tanto le garanzie offerte dal facente funzione di presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sul rispetto dei vincoli dell’euro e delle alleanze dell’Italia.

Non bisognerà poi stupirsi di quanto farà seguito a tutto questo nei mesi futuri, in particolare quando verrà il momento di adottare la legge di bilancio il prossimo autunno.

Ma intanto godiamoci l’estate.

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