Unione Europea e Italia: un dialogo difficile

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Tempi duri ovunque nel mondo ed Europa e Italia non fanno eccezione. La guerra in Ucraina ha reso tutto più difficile, anche in un’Unione Europea che di tutto questo non aveva bisogno. I suoi principali Paesi fondatori sono sotto pressione al proprio interno: la Germania con un governo diviso su quasi tutto, la Francia alle prese con la Bastiglia delle proteste e l’Italia confrontata a non poche tensioni con l’Unione Europea, oltre che con i suoi problemi di sempre.

E’ lunga la lista delle frizioni tra Roma e Bruxelles e la loro somma annuncia che il livello di guardia rischia di essere superato, mentre anche nell’opinione pubblica italiana cresce la disaffezione verso l’UE. 

Un sondaggio appena pubblicato racconta di una forte oscillazione verso il basso della fiducia degli italiani verso l’UE negli ultimi mesi, dopo che questa era molto cresciuta negli ultimi tre anni. Nel 2020, l’anno dell’irruzione del Covid, avevano riposto fiducia nell’UE il 39% degli italiani; nel 2021, l’anno dell’avvio del “Piano europeo di ripresa” (Next generation eu), tradotto in Italia dal governo Draghi nel “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR) dotato di circa 200 miliardi di euro, la fiducia ebbe un balzo al 44% giungendo, nel corso del 2022, al 45% per precipitare, a febbraio di quest’anno al 38%. Una curva inquietante che incrocia oggi il groviglio di tensioni di Roma con Bruxelles evocata sopra.

Proviamone a farne una lista sommaria, nei vari settori in cui queste tensioni sono vive. 

Nella politica  più in generale, la costante distanza sul tema delle migrazioni con l’Italia isolata o, peggio, con alleati poco disponibili alla solidarietà e Paesi come Germania e Francia, preoccupati per la mancata gestione dei flussi dei migranti in Italia destinati a riversarsi nel resto dell’UE. 

In economia è evidente la difficoltà dell’Italia ad essere credibile al tavolo che sta negoziando il futuro “Patto di stabilità”, dal quale dipenderanno i suoi margini di manovra finanziaria nei prossimi anni, il tutto reso più difficile dalla chiusura di Roma al “Meccanismo europeo di stabilità” (MES), uno strumento che tutti gli altri Paesi dell’eurozona (compresa la Croazia, appena arrivata) vorrebbero avere a disposizione in caso di una crisi bancaria sistemica, che con i tempi che corrono non è da escludere. Si aggiunga a questo la difficoltà dell’Italia a rendicontare nei tempi previsti lo stato di realizzazione del PNRR: e qui non è una buona notizia che la Commissione abbia concesso a Roma un mese di proroga prima di verificare se ci siano le condizioni per procedere al versamento della terza rata di 19 miliardi di euro. Come non è una buona notizia la condanna dell’Italia per i 400 milioni spesi dal governo giallo-verde di Conte per l’Alitalia, infrangendo la regola degli aiuti di Stato in vigore prima della sospensione per il Covid.

Non va meglio sul versante delle politiche ambientali, vista l’opposizione dell’Italia alle misure previste per l’efficienza energetica del nostro patrimonio immobiliare e, in questi giorni, per la decisione di vietare a partire dal 2035 l’immatricolazione di auto a benzina e diesel. Su questo nodo, complesso e di difficile soluzione per l’Italia, che rischia di essere tagliata fuori dal futuro mercato automobilistico, il governo ha puntato nel negoziato a resistere contando purtroppo su alleati deboli come la Polonia, la Romania e la Bulgaria ed è stato lasciato a piedi dalla Germania che si è messa in salvo con il ricorso a carburanti sintetici ad idrogeno del futuro, mentre ad oggi sono ritenuti inquinanti i bio-carburanti, già in produzione, proposti dall’Italia.

Non è una lista completa dei dossier che friggono tra Roma e Bruxelles, ma già questa basta ad allertare su una distanza che si sta allargando e che non fa bene ad entrambe le parti.

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