Ungheria al voto, Davide contro Golia

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Domenica 12 aprile si ripropone nelle elezioni in Ungheria il mitico duello tra il gigante Golia e il piccolo Davide, tra Viktor Orban alla guida del governo dal 2010 e Péter Magyar, il suo avversario nella contesa elettorale: tra Orban, autocrate nazionalista illiberale e Magyar, conservatore di profilo democratico europeo.

Se quest’ultimo è il Davide, armato solo di una fionda europea , non è Orban,né la sua malconcia Ungheria, il gigante Golia: sono giganti i suoi sostenitori, il tridente globale di USA, Cina e Russia, in singolare complicità tra di loro. Quanto basta per dare all’appuntamento elettorale ungherese le dimensioni di un duello storico tra l’Unione Europea e tre potenze al suo attacco, anche se con intensità diversa e variabile.

Se il voto di domenica dovesse confermare al potere Orban, l’Unione Europea si ritroverebbe in casa un “sabotatore” che da anni ne blocca decisioni importanti, come nel caso del sostegno all’Ucraina ma non solo, rendendo un prezioso servizio alla Russia dell’amico Vladimir Putin del quale Orban si è dichiarato “a disposizione per qualsiasi necessità “.

Un esito elettorale favorevole a Orban sarebbe anche particolarmente gradito all’amico Donald Trump, da tempo accanito demolitore della democrazia liberale, del diritto internazionale e delle sedi del dialogo multilaterale che in Orban aveva trovato un suo ispiratore.

L’amico Orban, se confermato al potere, non dispiacerebbe nemmeno a Xi Jinping già in ricchi affari con il piccolo collega autocrate ungherese, con la prospettiva di proseguire su quella strada per la sua penetrazione sul continente.

Ma è su un obiettivo condiviso che i tre predatori globali convergono: l’indebolimento e, se possibile, la demolizione, del progetto di integrazione europea e della progressiva riunificazione continentale in corso dai primi anni ‘50.

Agli occhi di USA, Cina e Russia l’Unione Europea, con la sua insistenza a voler restare una democrazia, è un fastidio che rivela le malefatte di chi fa leva sul preteso diritto della forza, ma è anche una potenza oggi economica e commerciale, domani anche militare, che renderà più complicata la competizione internazionale e il gioco delle future alleanze a livello mondiale.

La partita che si gioca sul campo ungherese non potrà non avere riflessi importanti sulla competizione politica nell’Unione Europea tra la squadra dei nazional-populisti e quella dei sostenitori del progetto di integrazione comunitaria, con le inevitabili conseguenze per il futuro delle relazioni transatlantiche e di quelle intra-europee.

In particolare gli eccessi planetari e le invasioni di campo in Europa di Trump, direttamente coinvolto con il suo vice J.D. Vance nella campagna elettorale in favore di Orban, indeboliscono il disegno nazionalista presente in alcuni Paesi europei, tanto nell’UE che nel Regno Unito dove persino Nigel Farage, l’uomo della sciagurata Brexit, sta prendendo le distanze dal Trump, signore della guerra che si sta discreditando agli occhi del mondo.

Distanze che ancora stentano a prendere alcuni Paesi arrivati nell’UE a inizio secolo, ma anche un Paese fondatore come l’Italia, dove una parte prevalente della maggioranza di governo, Fratelli d’Italia e Lega, ha sostenuto Orban, salvo non poter nascondere il proprio imbarazzo nei confronti del suo protettore americano, responsabile con le sue guerre, di una pesante crisi economica in casa nostra.

Ci sarà inevitabilmente un prima e un dopo in occasione del voto ungherese del 12 aprile: certamente per l’Ungheria, ma anche per l’Italia e l’Europa e per l’agognata da Trump “internazionale nazionalista” prigioniera delle proprie contraddizioni.

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