Un voto per rimettere in moto l’Europa

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Adesso che, in occasione delle elezioni per il loro Parlamento, tutti gli europei si sono espressi bisogna capire il loro messaggio all’Europa.

A qualcuno verrà da dire che, con un 57% di astensioni, non proprio tutti si sono espressi. E invece no: quella massiccia astensione è il primo, forse il più importante, messaggio mandato all’Europa.

Lo hanno mandato quelli che hanno perso fiducia nella politica, in quella nazionale anche di più che in quella europea, quelli che non si occupano di politica lasciando che la politica si occupi di loro e quelli che non conoscono la storia di questo continente e pensano che del progetto di integrazione europea si possa fare a meno, perché ormai si è vaccinati dai rischi di guerra. A questi vanno aggiunti quelli che di questa politica di troppe parole e pochi fatti non ne possono più e quelli che rimproverano all’UE di non aver fatto tutto quello che sarebbe stato necessario, dimenticando che talvolta non poteva, perché i governi nazionali glielo hanno impedito.

In tanti hanno detto con la loro scheda che un’Europa così non la vogliono più: a destra e dintorni con l’obiettivo più o meno dichiarato di demolirla e di tornare a presunte sovranità nazionali; a sinistra, con la speranza di inventare un’altra Unione, coerente con la sua dichiarata vocazione alla solidarietà e con una concezione della democrazia non solo formale.

La grande maggioranza degli elettori, tra mille distinguo e molti mal di pancia, ha ancora riconfermato – più d’uno, pensando che lo faceva per l’ultima volta – il proprio sostegno alla più grande avventura politica avviata nella seconda metà del secolo scorso, un sogno nato sulle macerie della seconda guerra mondiale, con la speranza che si cambi passo, si lascino da parte gli egoismi nazionali e che il gigante economico, che ancora siamo, smetta di essere un nano politico.

Forse non tutti, dentro questa ancora ampia maggioranza di sostenitori, sono consapevoli che cosa tutto questo comporti: molto di più di una manutenzione delle Istituzioni comunitarie, un ampliamento e rafforzamento delle sue politiche, un nuovo Trattato – meglio ancora se sarà una Costituzione – e nuove leadership capaci di guardare al futuro. Almeno tutto questo, se si vuole rinnovare in profondità un progetto che fu coraggioso negli anni ’50, ma che si è andato logorando nel tempo, in un’Unione Europea passata da 6 a 28 Paesi membri, in un mondo dove si affacciano prepotentemente nuovi grandi Paesi emergenti e dove cercano di riprendere terreno le due grandi potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale.

Per tutti, per chi non ha votato e per quelli che hanno mandato messaggi diversi a questa Europa, si impone una consapevolezza, spesso assente in molti: che l’Europa siamo noi, in prima fila i suoi cittadini, i loro rappresentanti nazionali ed europei e le Istituzioni nelle quali questi siedono. Con la speranza che si diano tutti una mossa, perché è finito il tempo di stare seduti ad aspettare.

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