Un Mediterraneo di frontiera

Continua come una lenta ed inesauribile litania, troppo spesso funebre, la traversata dei migranti verso le sponde europee del Mediterraneo, in Italia in particolare. Gli ultimi dati dell’Alto Commissariato ONU per i rifugiati (UNHCR), rilasciati a Ginevra il 5 giugno scorso, parlano di quasi 90.000 persone giunte dall’inizio dell’anno a fine maggio: di queste circa 46.500 sbarcate in Italia e 42.000 in Grecia, più del doppio di quelle registrate per lo stesso periodo nel 2014. Il comunicato precisa inoltre che, in questi primi cinque mesi del 2015, 1.850 rifugiati o migranti sono morti o dispersi in mare.

Dati impressionanti che non sono destinati a diminuire, ma a diventare la grande emergenza generatrice di grandi sfide per l’Europa e per l’insieme dei Paesi del Mediterraneo negli anni a venire. Sono sfide politiche, perché ai nostri immediati confini a sud del Mediterraneo si fugge dalle guerre, dall’instabilità, dalla mancanza dello stato di diritto, dall’insicurezza e dalla povertà; sono sfide economiche perché a sud del Mediterraneo si combatte anche intorno a ricchezze energetiche che hanno disegnato, nel tempo, i rapporti fra i Paesi delle due sponde; sono sfide umanitarie perché i migranti e i rifugiati rischiano tutti, indistintamente, la loro pelle per giungere in Europa; sono sfide sociali che alimentano le paure europee di invasioni e pericolosi ripiegamenti politici in un’Europa fortezza; sono infine sfide culturali che, in un mondo in grande movimento ma anche in piena riflessione sulla globalizzazione, propongono continuamente il quesito del rispettoso vivere insieme e dell’universalità dei diritti umani.

Ecco, sono questi, molto in sintesi, gli scenari che si intravedono abbastanza distintamente dietro i barconi che giungono sulle nostre coste, di fronte ai quali l’Europa cerca con difficoltà di attrezzarsi attraverso politiche migratorie condivise, fra emergenza e timida solidarietà. L’ennesima grande tragedia dello scorso aprile, che ha fatto circa 800 vittime, ha infatti accelerato la presentazione da parte della Commissione della sua Agenda europea sulle migrazioni, accolta dai 28 Stati membri con una lettura che si è sfortunatamente, e in modo imbarazzante, arenata intorno alla questione delle quote obbligatorie, e cioè su quanti rifugiati ogni Paese avrebbe dovuto accogliere. Una risposta evidentemente inadeguata, a prescindere da quali siano i Paesi che di quote non vogliono sentir parlare, perché sbarra la strada ad una necessaria revisione dell’Accordo di Dublino.

Ora la Commissione ha precisato, il 29 maggio scorso, le sue proposte legislative in materia, evitando questa volta di usare il termine “quota”. Tali proposte, che dovranno ancora essere prese in esame dal Parlamento europeo, ma soprattutto dal Consiglio dei Ministri Affari Interni del 15 giugno e dal Vertice del 26 giugno, prevedono, in particolare, di alleggerire la pressione su Italia e Grecia nell’accoglienza dei rifugiati, attraverso un meccanismo di emergenza (usato per la prima volta sulla base dell’articolo 78 del Trattato) che poggia sulla redistribuzione tra gli Stati membri di 40.000 persone, soprattutto siriani ed eritrei, arrivati in Europa dopo il 15 aprile. Nessun accenno, per il momento, alla revisione dell’Accordo di Dublino. E, oltre ai numeri, a Bruxelles si è discusso anche dell’operazione militare UE in Libia contro il traffico di migranti nel Mediterraneo e la distruzione dei barconi, un’operazione in attesa del via libera da parte delle Nazioni Unite, ma che ha già raccolto anche tutta la preoccupazione di Ban Ki Moon al riguardo.

I prossimi giorni e i prossimi mesi saranno importanti per valutare, almeno nel breve periodo, le misure proposte dalla Commissione. L’estate, sta per arrivare e, si sa, con la bella stagione anche gli sbarchi hanno tendenza ad aumentare notevolmente, con il loro carico di speranza in un mare di grandi e pericolose incertezze.

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