Un’ondata di solidarietà   dopo lo Tsunami?

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A quasi tre settimane dal maremoto che ha devastato le coste del SudEst asiatico è possibile un primo bilancio degli aiuti che la comunità   internazionale ha destinato ai Paesi colpiti dal tragico evento del 26 dicembre scorso. E’ tuttavia un bilancio non facile: vi si intrecciano una sorprendente «generosità  » privata con una tardiva risposta pubblica, tanto nel nostro Paese come nel resto del mondo, in Europa e negli Usa in particolare. A questa complessità   degli aiuti si aggiunge l’attesa per una serie di decisioni importanti che riguardano in particolare l’eventuale azzeramento del debito dei Paesi colpiti ( mentre fino ad oggi l’intervento si limita ad una sospensione nel pagamento degli interessi) e le risorse da destinare alla ricostruzione dell’economia di quei Paesi una volta affrontata l’emergenza umanitaria. Più interessante ancora sarebbe capire quali mutamenti potranno intervenire in futuro nello sviluppo di quei territori nel quadro delle relazioni commerciali internazionali e delle azioni che promuoveranno Istituzioni finanziarie come la Banca Mondiale, il Fondo monetario internazionale e, più vicino a noi, la Banca Europea per gli Investimenti. Anzi, diciamolo fin da adesso: saranno proprio queste decisioni a determinare la verità   del bilancio degli aiuti e a dare la misura della reale solidarietà   internazionale.

La generosità   privata

E’ innegabile che il maremoto ha provocato un’inedita ondata di generosità   privata. Sarebbe importante capirne le ragioni che sono probabilmente molte e complesse. Proviamo a farne un elenco non necessariamente esauriente e nemmeno in ordine di importanza. Sicuramente hanno influito le dimensioni del cataclisma e il numero delle vittime come pure l’attenzione eccezionale che vi hanno dedicato i media mantenendo per settimane il tema in prima pagina con molti reportages, racconti di storie drammatiche e l’inevitabile seguito di polemiche. Altre volte regioni di quell’area avevano contato decine di migliaia di vittime senza che vi fosse un’attenzione lontanamente paragonabile. Forse non è stato ininfluente il periodo natalizio nell’incitare ad una maggiore sensibilità   verso le vittime. Ma due sono probabilmente le ragioni che maggiormente hanno determinato le dimensioni degli aiuti privati: la presenza tra le vittime di molte migliaia di turisti occidentali e il ritardo degli aiuti pubblici e, in parte, la sfiducia nella loro efficacia. Nel primo caso l’impressione è che il « differenziale» di generosità   rispetto ad altri tragici eventi nella regione sia stato originato dalla percezione dei donatori di sentirsi vittime potenziali o vicini alle vittime «amiche» trovatesi nel posto sbagliato al momento sbagliato.Con forse una minore preoccupazione per tutte quelle popolazioni che nel posto sbagliato ci sono da sempre, pagando da sempre prezzi pesanti. In altre parole, che cosa sarebbe accaduto se la tragedia si fosse consumata tra i soli indigeni come avvenuto molte altre volte? E’ eccessivo sospettare che si sia trattato, in molta parte, di una solidarietà   tra occidentali? E non c’è allora forse un pಠtroppa retorica nell’esaltare questo grande movimento di «solidarietà  » planetaria? Quanto alla natura «privata» della generosità   e alla fiducia accordata con più slancio alle organizzazioni umanitarie, non potrebbe essere un’inquietante segnale di inadeguatezza dello Stato di cui, specie in questo nostro Paese, non s’arresta la decomposizione con lo smantellamento progressivo dei suoi presidi di solidarietà  ?
Insomma, una generosità   di grandi dimensioni quantitative ma sulla cui qualità   umana e politica sarà   bene soffermarsi a riflettere.

Gli aiuti pubblici

Tardivi e sicuramente inadeguati i primi aiuti pubblici internazionali, ma purtroppo anche una mancanza di organizzazione, con qualche furbo che si è attribuito unilateralmente il ruolo di coordinatore. L’Italia ci ha provato rispetto ai Paesi dell’Unione europea meritandosi una mortificante smentita. Non da meno gli USA che hanno tentato di mettersi a capo di un gruppo di Paesi donatori, fino a quando finalmente il ruolo di coordinare gli aiuti è stato dato all’ONU e alle sue Agenzie specializzate come sarebbe dovuto accadere fino dal primo momento. E solo in questi ultimi giorni tale coordinamento ha prodotto i suoi frutti con la risposta positiva data a Kofi Annan di poter disporre con urgenza di 977 milioni di dollari, nell’attesa di quantificare le risorse necessarie per la ricostruzione e di decidere un’eventuale sanatoria del debito di quei Paesi. In questa vicenda anche l’Europa non ha brillato per rapidità   e generosità  . Sono stati necessari 15 giorni – un’eternità   quando stanno morendo decine e decine di migliaia di persone – perchà© si riunisse a Bruxelles un Consiglio dei Ministri degli Esteri con quelli della salute e della cooperazione per decidere un primo stanziamento di 1500 milioni di euro raccogliendo insieme i contributi degli Stati membri (Germania, Gran Bretagna e Italia rispettivamente 500, 75 e 70 milioni di euro, notevolmente meno ancora gli altri Paesi) e dell’Unione europea ( 473 milioni) e esplorare le piste per una futura capacità   della nostre Protezioni civili di intervenire rapidamente e in modo coordinato. Per gli aiuti messi a disposizione dall’Italia non si tratta di risorse aggiuntive (e dove prenderle se si riducono le tasse?) ma di un trasferimento dal capitolo di bilancio destinato alla cooperazione con i Paesi poveri: una specie di gioco delle tre carte che certo non ci fa onore. Con il passare dei giorni anche gli USA hanno rivisto il volume dei loro aiuti moltiplicandoli per dieci, ma senza perdere l’occasione di dichiarare – come ha fatto Powell in Indonesia, Paese a grande maggioranza musulmano – che questa è «un’occasione per il mondo musulmano e per il resto del mondo di vedere i valori americani in azione». Come per far dimenticare la guerra in Iraq dove i dollari spesi fino ad oggi sono circa 100 volte quelli destinati dagli USA alle vittime del SudEst asiatico.

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