Morire di democrazia in Europa e in Italia

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Tra i tanti, troppi, titoli che ingombrano i banchi delle librerie capitano talvolta sorprese interessanti. È il caso dell’ultimo lavoro di Sergio Romano, diplomatico di lungo corso, autore colto e attento ai movimenti della storia, editorialista del “Corriere della sera”, bocconiano di convinzioni liberali.
La sorpresa non è solo nel titolo (Morire di democrazia. Tra derive autoritarie e populismo, Longanesi, 2013), la cui drammaticità potrebbe anche essere attribuita a esigenze commerciali, né nel tema trattato in questi tempi da molti saggisti, in particolare in Occidente.
La sorpresa è nell’estrema chiarezza con la quale è affrontato un tema maledettamente complesso e nella spietata critica da parte di un Autore di cultura conservatrice verso la deriva che sta vivendo la buona vecchia democrazia liberale al di qua e al di là dell’Atlantico, con una lettura particolarmente severa del funzionamento dell’Unione Europea.
Sfilano sotto la lente del liberale Romano l’inarrestabile erosione delle sovranità nazionali nella dinamica della globalizzazione, i virus corruttivi della democrazia veicolati dal denaro e dalla finanza non più strumento dell’economia, i costi della politica, confessati e inconfessati.
Né sembra venire dalla “rete” e dal relativo mito della trasparenza la futura fuoruscita della democrazia dal coma nel quale sta sprofondando, perché se la protesta e la sua diffusione tra i cittadini può essere una risorsa, molto meno se ne ricava per una reale capacità di governo.
Ma anche in questo pregevole saggio breve sui mali della democrazia è evidente quanto sia difficile passare da una diagnosi lucida e difficilmente contestabile alla proposta di una terapia efficace, se non in quei tempi lunghi quando, come avrebbe detto Keynes, saremo tutti morti.
Intanto perché, ci ricorda l’Autore, troppo spesso giustizia e democrazia confliggono ed è difficile sopravvivere all’economia globalizzata e alla schizofrenia delle democrazie europee nella morsa tra la pretesa sovranità nazionale e le decisioni condivise a Bruxelles. “Questa schizofrenia è comune a tutte le democrazie europee, ma diventa particolarmente evidente nei Paesi dove la classe politica è più rissosa, sfrontata e irresponsabile, come nell’Italia di Silvio Berlusconi, Umberto Bossi, Antonio di Pietro e Beppe Grillo. Da questo gioco di comportamenti contraddittori e di promesse non mantenute la democrazia non può che uscire screditata” (p.65).
Il libro prosegue con un’analisi inquietante della politica estera nell’era dei diritti, perlopiù calpestati, specie quando si tratta di una grande potenza o con il ricorso a modeste furbizie quando si è un Paese come l’Italia.
Un barlume di speranza sembra venire all’Autore dall’esperienza della piccola Svizzera, audacemente proposta come un possibile modello di riferimento per l’Unione Europea, per la quale però “è difficile immaginare che questa vecchia e zoppicante democrazia possa, nelle sue forme attuali, sopravvivere al proprio declino senza rinnovare le sue istituzioni e soprattutto senza sterilizzare la grande piaga della corruzione. Non può esservi democrazia là dove non sarà stato possibile strozzare il flusso di denaro che innaffia ogni giorno la politica e i suoi manutengoli. Se questo non accadrà, le società europee finiranno per soccombere a qualche tentazione demagogica o autoritaria” (p.106). E non è un bel pronostico.

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