Donne nel tunnel della crisi europea

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Senza troppo rischiare, lo aveva pronosticato nei giorni scorsi il principale quotidiano economico italiano con un titolo su cinque colonne: “C’è poco da festeggiare” e si riferiva alla data dell’8 marzo, festa delle donne. Forse non era nemmeno un caso che l’articolo, con altri sullo stesso argomento, figurasse nelle pagine del supplemento culturale della domenica.
È stato un pronostico confermato dal clima vissuto in questi giorni in Italia e in Europa:
un’incertezza diffusa per le prospettive politiche e la persistente crisi economica, all’origine di un malessere sociale crescente che si esprime ad alta voce nelle piazze di mezza Europa e nella sofferenza silenziosa di milioni di famiglie minacciate dalla mancanza di lavoro e dal dramma della povertà.
Come usa dire: “quando piove, piove per tutti”, ma sappiamo bene che quando le intemperie si fanno più pesanti per qualcuno piove a dirotto e magari capita anche che siano quelli privi di ombrello a farne le spese. E che le donne, in questa nostra società europea cosiddetta “civile”, siano quelle che pagano il prezzo più alto è fuori discussione. Per non parlare dell’Italia, patria del “femminicidio” quotidiano e delle condizioni di lavoro femminile ancora lontane dagli standard europei.
Gli ultimi dati dell’ISTAT lo confermano: tra le persone di 15-64 anni il tasso di occupazione è di circa 20 punti superiore per gli uomini rispetto alle donne (in Germania la distanza è metà) e lo stesso differenziale negativo vale per il tasso di inattività (uomini 26%, donne 46,2%). Se poi si concentra l’attenzione sulla disoccupazione giovanile, la situazione diventa drammatica per le donne nel Mezzogiorno dove è disoccupata una donna su due (49,9%).
Non che per le donne che lavorano siano rose e fiori: a mansioni equivalenti siamo ancora lontani dalla parità salariale e non è di conforto la tipologia di lavoro, con alti tassi di lavoro a tempo parziale e a termine e altre molte forme di precarietà, per le donne in particolare. Per non dire della distribuzione dei livelli di responsabilità tra uomini e donne, specie nelle posizioni di comando come, per esempio, nei Consigli di amministrazione delle imprese private e nella “governance” del settore pubblico.
Per riprendere il duplice messaggio del giornale citato sopra, non c’è dubbio che il problema non sia solo economico e da mettere tutto a carico della crisi: è evidente che questi squilibri hanno profonde radici culturali, vengono da lontano e difficilmente troveranno soluzione in tempi brevi. La lotta delle donne per il riconoscimento dei loro diritti ha già una storia antica e ha vissuto stagioni alterne: i movimenti femminili dell’ultima parte del secolo scorso sembrano essere un ricordo lontano anche se sarebbe errato sottovalutare i germi di liberazione che hanno gettato.
Né è da sottovalutare quello che è stato fatto a livello europeo quando l’UE aveva messo in moto normative e politiche in favore della parità uomo-donna, iniziative che in questo periodo di crisi stentano a ritrovare vigore e risultati concreti. Ne è una prova la vicenda europea delle quote rosa nei consigli delle società quotate: la Commissione UE insiste perché venga riservata alle donne una quota del 40% entro il 2020, anticipando questo obiettivo al 2018 per le aziende pubbliche. A mettersi di traverso ancora una volta Angela Merkel, preoccupata probabilmente delle reazioni delle imprese tedesche alla vigilia delle elezioni federali e così, ancora una volta, a farne le spese saranno le donne e con loro l’Unione Europea e la sua civiltà del diritto.
Sconcertante che se ne assuma la responsabilità la “donna più potente del mondo”, grande responsabile anche di questa “Europa impotente”.

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