Promemoria italiano per l’Europa

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All’indomani delle nostre elezioni sono giunti molti messaggi all’Italia dall’Europa: alcuni in forma di promemoria per impegni da onorare, altri di commenti diplomatici ai limiti dell’ipocrisia, altri intrisi di ironia fino alle insolenze del rozzo leader socialdemocratico tedesco al quale ha risposto per le rime il Presidente Napolitano.

Adesso può essere utile formulare un promemoria italiano indirizzato all’Europa, alle sue Istituzioni e a qualche nostro partner nell’UE.

Non c’è dubbio che il voto italiano abbia tradotto un forte malessere nei confronti dell’UE: per la sua macchinosa burocrazia e i tecnocrati distanti dai cittadini che la manovrano; per la scarsa capacità di incidere sulle politiche da parte di una pallida Commissione europea che pure detiene, sola, il potere di iniziativa; per la difficoltà del Parlamento europeo a esercitare la legittimità popolare universale e diretta della quale, solo tra tutte le Istituzioni UE, è dotato e, infine, per la paralisi di un Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo, tenuto in ostaggio dagli interessi prevalenti dei Paesi del centro-nord con la Germania in testa.

I risultati di questi intrecci sono sotto gli occhi di tutti: prima di noi ne sono stati vittime il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e la Spagna (i cosiddetti Paesi PIGS), poi è toccato all’Italia che a quella dissennata gestione europea della crisi, fatta solo di austerità senza sviluppo, si è largamente ribellata con il voto recente.

In questa ribellione, insieme con una quota non trascurabile di protesta populista da interpretare correttamente, c’è una domanda di una nuova vita per l’Europa prima che di Europa si muoia, noi e i nostri partner. Si tratta di una domanda complessa e in parte confusa, ma che potrebbe essere declinata in alcuni pochi punti, equamente ripartiti sull’emergenza e sui tempi medi, lasciando da parte quelli lunghi quando saremo tutti morti.

L’urgenza e la drammaticità della crisi non solo dell’Italia ma anche di molta parte dell’Europa, in particolare nei suoi Paesi periferici, esige che si metta mano subito a politiche per la crescita e il lavoro per rispondere al dramma di quasi venti milioni di disoccupati (tre milioni in Italia, tra i giovani sono 4 su 10) e delle decine di milioni di persone povere o a rischio di povertà (in Italia quasi una persona su tre), si gestisca con equità e intelligenza i livelli di deficit senza penalizzare sempre i soliti, rivedendo il “fiscal pact” sull’onda dei ripensamenti tedeschi, si protegga il sistema di welfare per le fasce più deboli aumentando gli investimenti sociali, si rispedisca al mittente il miserabile “Bilancio 2014-2020” adottato da un Consiglio europeo di marziani, si abbandoni l’ossessione tedesca dell’euro forte e si apra, se necessario, a possibili svalutazioni della moneta unica e di tutto questo, e altro, si parli chiaro ai cittadini europei nell’imminenza delle elezioni europee del 2014 per non dare ulteriori spallate alla vita democratica in Europa.

Nei mesi e anni prossimi bisognerà battersi per un Parlamento europeo costituente, impegnato nella costruzione di un’Europa federale con chi ci sta tra i membri dell’eurozona, per proseguire con saggezza verso i futuri allargamenti, per accelerare la costruzione dell’unione bancaria ed economica e convenire di nuovi strumenti finanziari europei come gli euro-bond, rafforzare i poteri della Banca Centrale Europea (BCE), consolidare il governo dell’euro: tutto questo mettendo mano a un nuovo Trattato che, prima di tutto, rifondi la legittimità democratica delle Istituzioni UE e il loro dialogo costante con i cittadini, prima che sia troppo tardi e che i popoli europei rinuncino a una delle più grandi avventure pacifiche di questo nostro continente, non immune dal  rischio di guerre.

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