UE: non è più la Germania di una volta

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C’era una volta la Germania, protagonista da secoli in Europa e non sempre con esiti felici, come in particolare con la responsabilità del nazi-fascismo nella tragedia della Seconda guerra mondiale.

Da quell’abisso è rinata una nuova Repubblica federale tedesca democratica, ancora divisa in due fino al 1990, ma già nell’immediato dopoguerra protagonista attiva con la Francia per la ricostruzione dell’Europa. 

Da questa riconciliazione, che sarebbe stata confermata dall’abbraccio tra François Mitterand e Helmut Kohl nel 1984 davanti al memoriale di Verdun, ha preso avvio lo straordinario cantiere del processo di integrazione continentale con la creazione delle prime Comunità a inizio anni ‘50, diventate nel 1992 l’attuale Unione Europea.

In questi oltre settant’anni l’intesa tra Francia e Germania ha contribuito efficacemente alla costruzione della nostra “Casa comune” europea, dando vita a quel “motore franco-tedesco”, grazie anche a Trattati bilaterali tra i due Paesi, come quello più recente di Aquisgrana del 2019, destinata a rafforzare una cooperazione che si era andata indebolimento negli ultimi anni. 

Per semplificare l’evoluzione politica della Germania vanno considerati due periodi della sua storia recente: dalla fine della Seconda guerra mondiale fino all’abbattimento del Muro di Berlino nel 1989 e il periodo che va dall’unificazione tedesca del 1990 fino ad oggi, quest’ultimo segnato da due forti profili di Cancellieri di lungo corso come Helmut Kohl (1982-1998) e Angela Merkel (2005-2021).

Nei numeri della popolazione la Germania nel primo periodo giocava alla pari con Francia, Regno Unito e Italia, ma già i numeri dell’economia la davano in progressivo vantaggio sugli altri tre partner nell’UE, con una capacità commerciale costantemente in vantaggio e una tenuta politica singolarmente stabile, ma anche una proiezione nella politica estera ancora prudente a ridosso del suo recente passato.

Le cose sarebbero progressivamente cambiate con la Germania unificata, grazie all’aumento della popolazione di quasi 17 milioni di “nuovi” tedeschi in provenienza dell’ex-Repubblica Democratica tedesca, una variabile che col tempo si sarebbe tradotta con un rafforzamento del peso tedesco nelle Istituzioni UE, modificando ulteriormente anche gli equilibri dei rapporti di forza con gli altri partner, e incrementando la penetrazione tedesca verso i Paesi dell’est entrati nell’UE a partire dal 2004.

Sono quelli anche gli anni dello scambio politico nell’UE tra il sostegno all’unificazione tedesca e la rinuncia al marco per condividere, non senza qualche apprensione, la moneta unica, l’euro. Il lungo “regno” della Merkel avrebbe poi rafforzato la leadership tedesca anche nei confronti della Francia e sviluppato collaborazioni economiche con la Russia e, più tardi, con la Cina, oggi oggetto di una significativa revisione.

Ancora tutta un’altra storia quella della Germania di oggi, guidata da un Cancelliere di modesto profilo, Olaf Scholz, alla guida di una coalizione di governo poco compatta, con un’economia in flessione, finanze pubbliche poco trasparenti e una precaria stabilità politica, mentre la Germania resta ancora “riluttante” nelle sue proiezioni internazionali, come dimostrato in particolare nel caso del conflitto israelo-palestinese e sul versante di un impegno militare negli scenari bellici.

La Germania non è più quella di una volta: certamente non quella della prima metà del secolo scorso, come dimostra la sua consolidata vita democratica, ma anche quella che sta registrando la crescita di un’inquietante estrema destra, in particolare nelle sue regioni orientali, con rigurgiti di nostalgie degli anni ‘30, oggi molto presente in movimenti di protesta come quelli degli agricoltori contro l’UE.

In una stagione a rischio per il futuro dell’Unione Europea, la Germania resta un asse portante della costruzione comunitaria, purtroppo con meno forza politica di quanta ora sarebbe necessaria.

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