Europa, quando i numeri aiutano a leggere la realtà

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Le parole della politica sono spesso poco trasparenti, qualche volte possono anche ingannare.

Capita così che possano venire in soccorso i numeri, nonostante siano anch’essi esposti a manipolazioni e debbano quindi essere maneggiati con attenzione.

In questi tempi di infinite campagne elettorali non è ancora il caso di dare troppa importanza ai numeri dei sondaggi, spesso poi ribaltati dal voto deposto nell’urna, utilizzati come uno strumento di propaganda utile ad “avvelenare i pozzi” nella competizione politica.

Sono più affidabili i numeri che raccontano la condizione economica e sociale dell’Europa e dell’Italia, in particolare quando a proporli sono istituzioni trasversali tra Paesi democratici e di diverso colore politico.

È il caso del Rapporto annuale 2024 appena pubblicato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), un’Istituzione con sede a Parigi che ha già alle spalle una lunga storia. Era stata creata nel 1948 per accompagnare l’amministrazione del “Piano Marshall”, lo strumento adottato dagli Stati Uniti d’America per sostenere la ricostruzione postbellica dell’economia europea, un impegno ripreso a inizio degli anni ‘50 dalle prime Comunità europee, diventate nel 1992 l’Unione Europea in cui viviamo oggi.

A fondare questa Organizzazione internazionale concorsero venti Paesi, tutti europei a parte la Turchia e tra questi l’Italia, diventati una quarantina con l’arrivo di Australia, Canada, Giappone, Messico, Nuova Zelanda, Corea, Stati Uniti ed altri.

Missione dell’OCSE è la promozione, nella vasta area occidentale e dintorni, di politiche che migliorino il benessere economico e sociale, attraverso l’integrazione dei mercati e la realizzazione di più alti livelli di crescita economica e di occupazione sostenibile, senza dimenticare il mantenimento della stabilità finanziaria.

È per rispondere a questa sua missione che l’OCSE il 22 gennaio ha indirizzato all’Italia una serie di raccomandazioni, a partire da alcuni numeri che parlano chiaro: la previsione, appena aggiornata del Fondo monetario internazionale per il 2024, di una crescita italiana attorno allo 0,7% (tra le peggiori nell’Unione Europea), a fronte dell’1,2% annunciato dal governo, con un impatto sul debito pubblico che supererà il 141% del Prodotto interno italiano (PIL), visto anche la debole riduzione della spesa pubblica di solo 0,2%, prevista comunque in aumento di circa il 4,5% tra il 2023 e il 2040 e la prospettiva di insostenibilità per la spesa pensionistica. Nonostante un relativo aumento degli occupati, il tasso di occupazione resta basso con un tasso di povertà superiore alla media OCSE e via seguitando con altri numeri di analogo tenore.

Quanto basta per giustificare raccomandazioni preoccupate al governo italiano in particolare sulla quasi inesistente tassa di successione da rivedere, sulla rinuncia a schemi di pensionamento anticipato insieme all’invito a prendere in considerazione tasse su pensioni elevate non correlate a contributi pensionistici pregressi, fino ad auspicare una riduzione dei vari regimi di “flat tax” e uno “spostamento dell’imposizione fiscale dal lavoro alle successioni e ai beni immobili…aggiornando i parametri per il calcolo della base imponibile dell’imposta sugli immobili”, con una revisione del catasto.

Probabilmente parole non gradite da chi è al governo, ma anche da chi all’opposizione teme di perdere consenso, in particolare in una lunga vigilia elettorale di competizione di tutti contro tutti, anche all’interno delle stesse coalizioni.

Dirà qualcuno che questo non è il momento, meglio aspettare tempi migliori. Il problema è che a forza di aspettare tempi migliori i nostri politici ne preparano di peggiori, ipotecando il nostro futuro.

Torna di attualità la lezione di Alcide De Gasperi: “i politici pensano alle elezioni, gli statisti alle generazioni future”, ma purtroppo gli statisti mancano all’appello.

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