Ue: in attesa di una primavera che tarda

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La mitezza dell’inverno ormai alle spalle e l’anticipo della primavera ha sicuramente segnato la meteorologia dell’Europa ma non certo i progressi delle sue politiche e in particolare di quelle sociali.
A poco più di una settimana dall’ormai tradizionale Consiglio europeo di primavera che si terrà   l’8 e il 9 marzo prossimo non tira aria di primavera per le politiche sociali: ne sono stato un segno evidente i documenti adottati la settimana scorsa dai Ministri del Lavoro e degli Affari sociali e destinati ad essere uno dei piatti forti del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di Governo dei prossimi giorni.
I temi affrontati non sono davvero di poco conto: dalla relazione sullo stato dell’occupazione a quello sulla protezione sociale e la lotta alla povertà   e, per fare buon peso, la proposta di una nuova strategia in favore della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro.
A volerli riassumere tutti in poche e semplici parole si potrebbe dire che questa Unione non riesce a venire a capo degli squilibri economici e sociali che ne caratterizzano gli ultimi trent’anni, a partire da quella crisi petrolifera del 1973 che sconvolse l’economia mondiale e mise fine al «miracolo economico» europeo.
I dati che la Commissione europea ha messo sul tavolo del Consiglio dei Ministri parlano chiaro.
Sul versante dell’occupazione, tre gli obiettivi perseguiti: l’innalzamento della popolazione attiva sul mercato del lavoro, maggiori investimenti a sostegno della formazione dei lavoratori e progressi nella capacità   di adattamento di lavoratori ed imprese alle nuove sfide dell’economia globale.
Il bilancio sui risultati non è esaltante: qualche progresso sul primo punto, ma con un forte ritardo sugli obiettivi fissati dalla Strategia di Lisbona per il 2010 e con l’Italia nelle ultime posizioni della classifica; pochi progressi sulla formazione con l’indispensabile educazione permanente ferma al palo e quasi nessun risultato in materia di adattamento del lavoro all’evoluzione dell’economia.
Nonostante questo e grazie ad una significativa ripresa della crescita economica dell’UE, cui si è agganciata l’Italia, la disoccupazione è scesa nell’ultimo anno dal 9,1% all’8,8% e il tasso di occupazione è cresciuto nel 2005 dello 0,8% che costituisce l’aumento più importante dal 2001. Incrementi importanti ma insufficienti quando si pensa che per raggiungere gli obiettivi fissati per il 2010 dovranno per quella data essere creati 22 milioni di nuovi posti di lavoro.
Notizie non proprio buone anche sul versante della lotta alla povertà   che non puಠnon risentire della persistente crisi occupazionale. I dati più recenti ci dicono che mediamente in Europa un cittadino su sei vive sotto la soglia di povertà   (fissata al 60% del reddito medio nazionale) ma con grandi difficoltà   da paese a paese: da uno su dieci in Svezia a coltre cinque su dieci in Polonia e Lituania. Ed è inquietante che a pagare il prezzo più alto in proposito siano i bambini: nella ricca Europa sono esposti al rischio di povertà   un bambino su cinque. Nà© sfuggono a questo rischio i lavoratori che vedono crescere tra loro la percentuale di poveri che già   oggi sono uno su dieci.
àˆ andata meglio in questi ultimi anni sul fronte – e questa è la parola giusta, visto il gran numero di vittime – della salute e sicurezza sui luoghi di lavoro: tra il 2002 e il 2006 sono diminuiti del 17% gli incidenti mortali e del 23% gli incidenti che hanno implicato 3 o più giorni di assenza dal lavoro. Ma non tutti hanno beneficiato di questo miglioramento: ne sono rimasti fuori i lavoratori giovani ed anziani e gli immigrati e settori importanti come l’edilizia, l’agricoltura e i trasporti.
Questa, sommariamente, la fotografia di occupazione, povertà   e salute al lavoro in Europa.
E adesso, quali le risposte?
A prima vista modeste, con sovrabbondanti dichiarazioni di buona volontà  , l’invito ai Governi a promuovere politiche più incisive e alle parti sociali ad cooperare per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Unione europea.
Di iniziative legislative che mettano in moto misure vincolanti e sanzioni a chi viene meno alle proprie responsabilità   nessuna traccia.
Sembra ancora lontana la fine del letargo in cui galleggia questa Europa poco volontarista e troppo stregata dalle priorità   dell’economia e dal risanamento dei conti pubblici, al punto da non prendere in conto i problemi quotidiani di milioni di suoi cittadini.
Sarà   poi difficile chiedere loro un rinnovato slancio nel sostenere un rafforzamento dell’Unione dotandola di una Costituzione sempre più indispensabile ma difficile da rendere credibile se, dopo cinquant’anni di Unione, i risultati per molti cittadini restano così modesti.

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