UE e lotta al Terrorismo

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“Troppi segreti sui terroristi, i Paesi si passino tutti i dati”

Succede ogni volta dopo una strage causata da terroristi, come a Barcellona nei giorni scorsi, che si invochino le responsabilità dell’Unione Europea, costatandone precipitosamente la mancanza di iniziativa nella lotta al terrorismo.

Se si vanno a vedere le carte non sembra sia esattamente così. Esiste un articolato documento del Consiglio europeo dal titolo “Strategia antiterrorismo dell’Unione Europea”; solo il mese scorso è stata diffusa una nota molto dettagliata del Coordinatore UE della lotta contro il terrorismo, Gilles de Kerchove e, poche ore dopo la tragedia delle Ramblas, vi è stata una interessante intervista del Commissario UE responsabile di Interni e migranti, Dimitris Avramopoulos, sui “Troppi segreti sui terroristi”.

Questi tre documenti, letti in successione, mandano ai cittadini europei un messaggio chiaro.

Il primo, quello del Consiglio europeo, massima autorità UE, sviluppa le linee di una strategia per “combattere il terrorismo su scala mondiale nel rispetto dei diritti dell’uomo e per rendere l’Europa più sicura, consentendo ai suoi cittadini di vivere in un’area di libertà, sicurezza e giustizia”. Per raggiungere questo obiettivo sono prese in considerazione diverse fasi: prevenzione, protezione, perseguimento dei responsabili di atti terroristici e risposta per ridurre al minimo le conseguenze di attentati terroristici. In questo quadro l’UE deve contribuire a rafforzare le capacità nazionali, facilitando la cooperazione europea, sviluppando capacità collettive e promuovendo partenariati internazionali. Nell’insieme si tratta di un documento utile, con un solo limite: è del novembre 2005, all’indomani degli attentati di Madrid (2004) e Londra (2005). Da allora è passata una dozzina d’anni e non si sono fatti molti progressi.

Aiutano a capire questa situazione gli altri due documenti citati. Nella sua nota del giugno 2016, il Coordinatore UE della lotta al terrorismo lascia chiaramente capire tra le righe dov’è il nodo del problema quando attira l’attenzione sulle potenzialità non ancora del tutto attivate di Agenzie come Europol e l’insufficienza negli scambi di informazioni contenute in numerose banche dati non adeguatamente alimentate dagli Stati membri che ne hanno la responsabilità.

Anche più chiaro il Commissario UE Avramopoulos nella sua intervista a La Repubblica del 19 agosto, il cui titolo completo recita: “Troppi segreti sui terroristi, i Paesi si passino tutti i dati”, puntando il dito contro gli egoismi nazionali e affermando che “serve un vero scambio di informazioni tra le autorità dei singoli Paesi e una vera Unione della Sicurezza. Ci vuole più fiducia tra governi, la condivisione efficace delle informazioni rappresenta un elemento chiave per la lotta al terrorismo”.

Ci sono “anime belle”, anche in perfetta buona fede, che mettono in guardia da questa condivisione di informazioni in nome del rispetto della privacy e della salvaguardia dei diritti individuali: una giusta preoccupazione ma che non può impedire la salvaguardia di un altro diritto fondamentale, quale la sicurezza e la vita dei cittadini. Non è tuttavia senza fondamento sospettare che per altri, dietro le resistenze dei Paesi membri UE, ci siano più occulti interessi nazionali, alimentati dal mito della sovranità e della sacralità delle frontiere, considerate un argine in questi tempi di straordinari flussi migratori.

Si va disegnando nel mondo una geopolitica aggiornata a nuovi intrecci di interessi nazionali, possibilmente da non svelare a concorrenti e avversari. E pazienza se questa sospetta “discrezione” lascia maglie larghe anche ai terroristi nostrani e ai loro ricorrenti crimini.

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