Turchia, tra la visita del Papa e l’incontro con Putin

Sono stati certamente giorni di grande intensità, in questo fine novembre, per il Presidente turco Erdogan, che ha accolto sulla sua terra prima il Papa e subito dopo il Presidente russo Vladimir Putin. Due visite ovviamente di diversa portata ma che testimoniano ambedue del ruolo che la Turchia sta giocando e potrebbe giocare, fra Europa e Asia, non solo sullo scacchiere regionale del Medio Oriente ma anche in quella strategia geopolitica della Russia volta a ridistribuire le carte dei rapporti internazionali.

La scelta del Papa di recarsi in Turchia, un Paese che non conta più di 100.000 cristiani, in prevalenza ortodossi, su una popolazione di circa 75 milioni di musulmani, è stata altamente significativa. Da lì ha lanciato forti messaggi in favore della pace, del dialogo fra le religioni e dei diritti civili per tutti, ha ricordato i valori di pace del Corano con la richiesta di una condann, da parte di tutti i leader politici e religiosi, del terrorismo che insanguina il Medio Oriente. Una visita significativa che non nasconde fra le sue pieghe anche una valenza politica, sottolineata in particolare dalla sosta del Pontefice di fronte alla tomba di Ataturk, il leader che all’indomani della caduta dell’Impero ottomano si impegnò a costruire una Turchia laica e moderna.

Immediatamente dopo la partenza del Papa, l’arrivo di Putin, in un contesto in cui le relazioni fra Russia e Occidente e, in particolare con l’Unione Europea, sono più che mai tese. Incontro che aveva come obiettivo di stabilire nuovi rapporti di cooperazione economica ed energetica, al di là  delle divergenze politiche sulla situazione in Siria e in Medio Oriente e di garantire, da parte della Russia, il rispetto dei diritti della minoranza turco – tatara in Crimea. È stata tuttavia l’occasione per il Presidente russo di annunciare la fine della costruzione del gasdotto South stream, iniziato alla fine del 2012 con l’obiettivo di portare il gas russo in Europa evitando il passaggio in Ucraina. Non proprio una sorpresa, viste da una parte le obiezioni politiche e giuridiche opposte finora dall’Unione Europea al progetto e dall’altra la prevedibile mossa di Putin di fronte alle sanzioni europee per la sua politica nei confronti dell’Ucraina e la sua strategia di riorientare verso altri mercati e in particolare verso Est, le vie dei suoi gasdotti. La proposta di Putin ad Ankara, secondo importatore di gas russo dopo la Germania, prevede infatti la riduzione del prezzo del 6% a partire da gennaio e l’aumento della fornitura di 3 milardi di metri cubi, circa il 12% in più. Le forniture avverrebbero attraverso la costruzione di una via parallela al gasdotto Blue Stream che collega direttamente la Russia alla Turchia, in modo tale da evitare il passaggio in Ucraina dal quale transita circa il 40% del gas russo destinato ad Ankara.

Se questa decisione di Putin mette in difficoltà l’Europa che non ha ancora una politica energetica comune e non ha ancora realizzato concreti progetti di approvvigionamento alternativo e diversificato (ad oggi l’Unione Europea importa il 53% delle esportazioni di gas russo) è anche vero che la Russia, per varie ragioni, non può permettersi di perdere il mercato europeo. Resta il fatto che le sfide politiche ed energetiche, in assenza della prospettiva di South stream, torneranno a giocarsi nuovamente e tutti in Ucraina, con tutte le instabilità e i conflitti nati e in corso in questa terra di frontiera. Un incontro tra Unione Europea e Russia è previsto il 9 dicembre prossimo e sarà l’occasione per capire la portata di un possibile e nuovo dialogo, a carte un po’ più scoperte. Con un attore in più, diventato parte essenziale in questo nuovo scenario: la Turchia, appunto.

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