Tunisia a rischio democrazia

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Sono trascorsi esattamente dieci anni da quella rivoluzione dei gelsomini in Tunisia che, in breve tempo e per un breve periodo, aveva acceso primavere arabe nei Paesi circostanti, facendo soffiare venti di democrazia, di richieste di libertà e di diritti, di speranze per un futuro migliore.

Egitto, Siria, Yemen, Libia erano stati, a livelli diversi, attraversati da questi venti, con i tragici risultati che conosciamo ancora oggi, tra conflitti, guerre e ritorno a dittature.

La Tunisia era rimasta sola, in quello scacchiere mediorientale in preda a tutte le tensioni, a voler continuare la sua rivoluzione, a voler raggiungere quell’equilibrio politico fra le tante forze in campo  che le avrebbe permesso la costruzione di Istituzioni democratiche e l’instaurazione di uno stato di diritto, a voler garantire una giustizia economica e sociale che tanto mancava e che la popolazione coraggiosamente richiedeva.  Un atteggiamento politico che le aveva evitato di cadere, fino ad oggi, nel caos o nella guerra civile.

Sono scoppiate infatti in questi ultimi giorni e in tutto il Paese proteste e manifestazioni di piazza, per denunciare una situazione economica e sanitaria insostenibile e richiedere al Governo di uscire da una situazione di stallo politico e decisionale. Una situazione che riflette tutte le difficoltà politiche di tenere insieme le due anime del Paese, quella islamica e quella laica, confermata ancora dalle ultime elezioni parlamentari dell’ottobre 2019, che ha disegnato un Parlamento estremamente frammentato e una costante precarietà governativa.

La strada intrapresa dai tunisini verso la transizione democratica non era quindi facile, visto anche il contesto regionale che si era venuto a creare. Non sono tuttavia mancate conquiste : la Costituzione del gennaio 2014, una certa libertà d’espressione, di associazione e di critica, libertà religiosa, tenuta di corrette elezioni e conquista di altri diritti. Senza dimenticare il difficile lavoro svolto dalla Commissione “Verità e Dignità” che ha lavorato sulla memoria storica e su un processo di giustizia di transizione, riportando alla luce il peso della repressione esercitata dalla precedente dittatura.

Malgrado i passi avanti nella transizione, la pesante situazione economica e sociale, aggravata dalle conseguenze della pandemia di Covid 19 e le massicce proteste in tutto il Paese, hanno spinto il Presidente tunisino Kais Saied a prendere decisioni non prive di pericolosità democratica: congelamento per 30 giorni dell’attività del Parlamento, sospensione dell’immunità di tutti i parlamentari, licenziamento del primo ministro Hicham Mechichi, del partito Ennhada, islamista moderato. Difendendo la sua decisione come in linea con la Costituzione,  Saied ha assunto la guida del potere esecutivo con la collaborazione di un futuro primo ministro.

Momento cruciale quindi per la Tunisia e per il suo percorso verso la democrazia. La Tunisia, piccolo ma importante Paese a poche miglia dalle coste d’Italia e d’Europa, al confine con la Libia, si ritrova, dopo dieci anni dalla sua rivoluzione dei gelsomini, ad un nuovo bivio, fra la scelta di consolidare la sua ancora fragile democrazia e la tentazione di scivolare in una nuova dittatura, con i suoi limiti di libertà.

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