Travolti da ondate di numeri

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Circolano molti numeri in questi ultimi giorni, da quelli in crescita della pandemia da Covid-19 a quelli complicati che hanno accompagnato l’incerta vicenda dell’elezione americana. Nei giorni scorsi se ne sono aggiunti altri in provenienza dalle Istituzioni e agenzie dell’UE: dalla Commissione europea le previsioni economiche per i prossimi anni; dall’Ufficio statistico UE, Eurostat, i dati relativi alla spesa sociale europea nel 2019.

Vale la pena provare a leggere questi ultimi dati tentando una correlazione tra di loro per provare a capire come potrebbe evolvere la nostra vita negli anni difficili che ci aspettano.

Le previsioni economiche, presentate dal Commissario all’economia, Paolo Gentiloni, non sono rosee né per i tassi di crescita, né per l’occupazione e né, inevitabilmente, per l’andamento del deficit e del debito pubblico.

La crescita registra in tutta l’UE forti tassi di recessione per il 2020 con una debole ripresa nel 2021 e 2022, senza la certezza di recuperare quanto perso nel periodo della pandemia: da una contrazione media del 7,8% quest’anno a una ripresa di + 4,2% nel 2021 e di + 3% nel 2022. In questo quadro l’Italia registra una recessione del 9,9%, ma con una prospettiva di ripresa di appena il 4,1% l’anno prossimo e, peggio ancora, solo del 2,8% nel 2022, senza quindi ritrovare i livelli precedenti alla pandemia.

Naturale che questi numeri pesino sull’andamento dell’occupazione. Il tasso medio di disoccupazione nell’UE sarà nel 2020 del 7,7%, salirà a 8,6% nel 2021 per scendere nel 2022 all’8%. Purtroppo andrà peggio in Italia che, partita da una disoccupazione del 9,9% nel 2020, salirà a 11,6% nel 2021 per scendere a 11,1% nel 2022. Anche qui l’asimmetria rispetto i valori medi europei è inquietante.

E non sono buone nemmeno le notizie sull’andamento dei conti pubblici. Per limitarci all’evoluzione del debito pubblico, ci sarà nell’UE un aumento contenuto da un valore medio pari al 93,9% sul Pil nel 2020  al  94,9% nel 2022. Diversa la previsione per il  debito pubblico italiano che si impennerà nel prossimo triennio dall’attuale 134%  sopra la soglia del 159%.

Queste asimmetrie italiane potrebbero essere aggravate da quelle registrate nella spesa sociale UE del 2019,  inevitabilmente messa sotto pressione dalla pandemia per il prossimo triennio, con il risultato probabile di stressare ulteriormente i conti pubblici. 

Eurostat registra nel 2019 una spesa sociale italiana pari al 28% della ricchezza nazionale (Pil), collocandosi nella fascia alta dei Paesi europei con Francia (31%), Danimarca (30%) e Germania (29%). E fin qui non ci sarebbe che da rallegrarsi. Ma l’allegria si stempera se si va a guardare la distribuzione della spesa sociale italiana al suo interno: 4% al sostegno alle famiglie, 28% alla salute e, soprattutto, il 58% alle pensioni, a fronte del 38% della Germania e del 41% della Danimarca.

Non è necessario fare calcoli troppo sofisticati per concludere che lo squilibrio della spesa pensionistica italiana, tanto al suo interno che rispetto ad altri Paesi UE, interrogherà presto o tardi – meglio se presto – i nostri politici, a cominciare da chi ha voluto la quota 100 responsabile, tra l’altro, di un esodo massiccio di personale sanitario proprio alla vigilia dell’epidemia.

Nella prospettiva di destinare, come previsto dall’UE, le risorse del Recovery Fund ad investimenti per le generazioni future e il “famigerato” MES alla sanità, sarà opportuno rivedere in aumento la spesa sociale e in riduzione relativa quella delle pensioni. Come dire che sarà bene riequilibrare meglio, nel tempo presente, il bilancio italiano tra passato e  futuro.

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