Trasformarsi per trasformare l’Italia e l’Europa?

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Se c’è un verbo che fa da sfondo alla crisi politica italiana in corso è certamente il verbo transitivo “trasformare” e la sua sua versione riflessiva “trasformarsi”. Può essere utile provare a coglierne il senso – e i molteplici significati – per capire meglio che cosa quel verbo potrebbe anticipare per l’Europa e l’Italia di domani. 

Intanto il dizionario ci spiega che trasformare significa “far cambiare forma” nella sua versione transitiva e “cambiar di forma” in quella riflessiva. Non è la stessa cosa in genere, ancor meno lo è per il futuro politico dell’Italia e dell’Europa. Nel primo caso, senza dimenticare che in democrazia forma è sostanza, è annunciato un cambiamento dell’oggetto, una costruzione; nel secondo il cambiamento riguarda il soggetto che cambia: chiamatela, se volete, conversione.

E veniamo alla crisi politica italiana e alle sue ricadute europee. Si intravvedono senza difficoltà due traiettorie diverse tra chi vuole cambiare l’Italia e l’Europa e chi dichiara di “trasformarsi” per restare nella partita politica in corso. I primi si possono chiamare “costruttori”, per i secondi è lecito esitare tra “convertiti” e “trasformisti” sia che si tratti di singoli individui o di forze politiche.

Che l’Italia e l’Europa siano da trasformare in profondità e da riformare non è una scoperta di oggi. Ci è chiaro per l’Italia che deve ritrovare la fedeltà alla Costituzione e la credibilità persa della politica, come la recente crisi ha dimostrato.

Ci è chiaro anche per l’Unione Europea, arrivata con i suoi vecchi Trattati al capolinea e oggi in affanno ad affrontare le sfide del momento. Lo ha ricordato nei giorni scorsi la gestione comunitaria della “guerra dei vaccini”: da una parte il coraggio della Commissione europea di assumersi impegni straordinari con la centralizzazione dell’acquisto dei vaccini, nonostante i limiti angusti delle sue competenze in materia di salute pubblica; dall’altra la difficoltà ad affrontare il confronto con lo strapotere di Big Pharma ed esigere una deroga ai brevetti, forte anche degli oltre 20 miliardi di euro investiti dall’UE nella ricerca. Anche qui però attenzione ai “trasformisti”, come quelli che “fanno gli europei” per incassare i generosi sussidi dell’UE (per non fare nomi, Polonia e Ungheria, tra gli altri) o quelli che in Italia sono “europeisti” a giorni alterni o come chi parla di sovranità europea preoccupato soprattutto per la propria, come verrebbe da pensare per la Francia di Emmanuel Macron.

Anche per l’Italia si potrebbero formulare considerazioni analoghe tra i “costruttori” che da tempo, non senza qualche momento di inerzia, sono impegnati dal secolo scorso nel cantiere dell’integrazione europea e i “trasformisti” o i “convertiti”, gli euro-scettici improvvisamente folgorati sulla via di Bruxelles, come su quella di Damasco san Paolo, che però poi testimoniò con l’intera sua vita l’inattesa conversione, fino al martirio.

Naturalmente ai politici italiani, che tanto santi non sono, non si chiedono miracoli del genere, ma qualche indizio di credibilità e qualche verifica nella pratica è giusto esigere: dai “costruttori” perché si spendano fino in fondo per la promozione del “bene comune”, in Italia e in Europa; dai “convertiti” perché diano prova di serietà, a Roma e al Parlamento di Strasburgo, per non “trasformarsi” improvvisamente in europeisti senza contribuire a “trasformare” l’Italia in un Paese europeo. 

Per tutti trascriviamo integralmente quanto il dizionario (Palazzi, ed. Loescher) dice a proposito di sinonimi ed analogie del verbo “trasformare”: “cambiare, convertire, mutare, rinnovare, ripristinare, sformare, tramutare, trasfigurare, travestire”. Il giusto significato finale delle operazioni in corso lo decideranno, quando verrà il momento, gli elettori.

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