
È tornata una calma rassegnata fra la popolazione dell’Iran, dopo aver pagato un prezzo altissimo per le manifestazioni di inizio anno, duramente represse dagli ayatollah, (si parla di 30.000 vittime) e aver lasciato sul terreno una crisi interna difficile da gestire. La tensione è tuttavia sempre forte, dovuta ora alle minacce militari di Donald Trump che ha puntato sull’Iran le sue armi per portare Teheran a riprendere i negoziati sul nucleare. Un cambiamento nella pressione americana passata da una dubbiosa minaccia di intervento per difendere i manifestanti dalla violenza del regime a quella di costringere Teheran a tornare al tavolo dei negoziati.
Una tensione che ha messo in allarme non solo l’intero Medio Oriente ma anche la comunità internazionale, portando la stessa Turchia a proporsi come mediatore fra USA e Iran per evitare prospettive di instabilità e nuove escalation regionali.
In questo contesto mediorientale, l’attualità ha puntato i suoi riflettori anche sulla Siria, fino a più di un anno fa parte di quell’Asse della resistenza che ruotava intorno all’Iran. La caduta di Bachar al Assad nel dicembre 2024, dopo tanti anni di dittatura e la presa di potere da parte del Presidente ad interim Ahmad Al Sharaa, hanno dato il via ad una difficile transizione politica, segnata da forti divisioni interne, da conflitti etnici e religiosi, da grandi sfide istituzionali, da una complessa ricostruzione economica e da un’esigenza di legittimità internazionale.
Non sono infatti mancati in questi ultimi mesi interrogativi rispetto alla costruzione di uno Stato in grado di rispettare i diritti (come spesso dichiarato nei discorsi dello stesso Presidente) delle minoranze etnico religiose presenti nel Paese. Suonano ancora come inquietanti campanelli d’allarme le violenze perpetrate nei confronti della minoranza drusa o di quella alawita, violenze che hanno causato centinaia di vittime e sfollamenti di persone.
Il recente conflitto scoppiato fra il Governo di Damasco e le Forze democratiche curde (FDS) è l’ultimo capitolo, in ordine di tempo, di una politica violenta ed aggressiva che ha, alla fine, cancellato la decennale esperienza dell’amministrazione autonoma dei curdi siriani nonché le loro antiche speranze di un riconoscimento ufficiale del Royava e del loro progetto di nazione in un Kurdistan democratico.
Il conflitto è durato circa tre settimane, concentrandosi in particolare sull’assedio, da parte delle forze governative, della città di Kobane e di Aleppo, ed è terminato con un accordo che, per i curdi siriani, non era altro che una resa, la fine di un sogno e l’ennesimo tradimento da parte dell’Occidente. Sotto forte pressione statunitense che ha definito l’accordo “una storica pietra miliare verso la riconciliazione nazionale” e con il sostegno della Turchia, sempre sensibile alla questione curda, Il Governo di al-Sharaa assume così il controllo dell’intero nord-est della Siria, con le sue ricchezze naturali e le sue Istituzioni e con la prospettiva di integrare le forze curde nell’esercito e nelle Istituzioni siriane.
Un’operazione che spegne i riflettori anche sul contributo che i curdi siriani hanno dato nella lotta contro lo Stato islamico, ora nelle mani di Damasco, e interroga sul futuro della sicurezza regionale, sul futuro della coalizione anti-Isis guidata dagli Stati Uniti e sugli equilibri nell’intero Medio Oriente.












