Tobin tax e dintorni

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Dall’Unione Europea stanno arrivando segnali di risveglio, trascurati dai più o non letti in prospettiva come meriterebbero.

Per limitarci ai più significativi, anche perché toccano il cuore dei bilanci europei, basta soffermarsi su tre episodi di questi primi giorni di ottobre: l’adozione del “Meccanismo Europeo di Stabilità” (ESM), l’avvio di una cooperazione rafforzata in vista di istituire la “Tobin tax” e il duro confronto in corso sul futuro bilancio dell’UE.

Il “Meccanismo Europeo di Stabilità” è il nuovo Fondo salva-Stati permanente: sottoscritto dai 17 Paesi dell’euro, ha una dotazione iniziale di 80 miliardi, con una capacità di prestito nel 2014 di 500 miliardi che saliranno rapidamente a 700, senza tuttavia raggiungere la soglia dei 1000 miliardi come sollecitato, tra gli altri, dal Fondo Monetario Internazionale (FMI). La sua creazione costerà a breve all’Italia 14,3 miliardi di euro, alla Germania 21,7 e alla Francia oltre 16,3. Si tratta di un importante strumento di solidarietà dell’eurozona, per venire in soccorso ai suoi Paesi in difficoltà, frutto di negoziati infiniti ma finalmente giunti in porto e che segnano una svolta decisiva per l’unione monetaria europea.

Più sorprendente l’avvio della “Tobin tax”, appellativo un po’ abusato dal nome del suo inventore, l’economista Premio Nobel che ne dette una formulazione più audace rispetto alla proposta oggi sul tavolo di Bruxelles. La buona notizia non è rappresentata tanto dal volume di risorse che questa tassa sulle transazioni finanziarie in funzione anti-speculativa è in grado di generare (forse poco più di 20  miliardi di euro), quanto piuttosto sulle sue modalità di adozione, sulla “miccia” istituzionale, politica e etica che accende e sul numero di Paesi contraenti. Soltanto 11 sui 17 dell’eurozona hanno dichiarato di aderire all’iniziativa: tra questi, dopo molte esitazioni, anche l’Italia mentre restano fuori piazze finanziarie importanti come il Lussemburgo e l’Olanda tra i Paesi dell’euro e, naturalmente, la Gran Bretagna, che già si era chiamata fuori, con la Repubblica Ceca, dal “fiscal pact”.

Per poter procedere alla sua adozione è stato necessario ricorrere all’istituto della “cooperazione rafforzata” prevista dal Trattato di Lisbona all’art. 20 che consente ad un numero minimo di Stati membri, almeno nove, di cooperare su materie di “competenze non esclusive” dell’UE con l’obiettivo di “rafforzare il suo processo di integrazione”. Tradotto: i Paesi UE che vorranno procedere più rapidamente su materie vincolate alla sovranità nazionale, e quindi al costante rischio di veto derivante dal voto all’unanimità, lo possono fare alle condizioni previste dal Trattato. Non è la prima volta che questo accade, ma non era mai capitato che accadesse sulla delicata materia fiscale, uno delle più gelose prerogative della sovranità nazionale. Si tratta di un ulteriore passo per un futuro progresso verso l’Unione politica e comincia a prendere forma un nucleo di Paesi che potrebbero candidarsi a esserne l’avanguardia.

Infine il duro confronto sul futuro bilancio dell’UE, quello del 2013 e quello del settennio 2014-2020, fronti sui quali nel Consiglio dei ministri si scontrano da una parte i Paesi nordici, insieme con la Germania, in favore di una contrazione delle risorse comunitarie e, dall’altra, i Paesi periferici dell’UE schierati a difesa della proposta della Commissione e del Parlamento europeo.

In questo quadro va letta anche la recente sortita di David Cameron che ha minacciato di mettere il veto della Gran Bretagna su un rafforzamento del bilancio comunitario e ha chiesto che venisse scisso il bilancio dell’eurozona da quello dell’UE a 27. Una proposta che, se da una parte riduce i costi inglesi, dall’altra allarga il solco all’interno dell’UE e ne mina la solidarietà e la compattezza.

A mettere in fila anche solo questi tre temi, si registra un’accelerazione verso un’UE a più velocità: non certo una novità, se si ha in mente chi aderisce e chi no al Trattato sulla libera circolazione di Schengen, alla Carta dei diritti fondamentali, alla moneta unica, al “fiscal pact” e, adesso, anche alla “Tobin tax”.

In controluce s’intravede il possibile futuro nucleo di un’avanguardia candidata a marciare più spedita verso l’unione economica e, poi, verso l’Unione politica.

Conforta che l’Italia non si sia autoesclusa da nessuna di queste formazioni “di punta”, anche se i costi da pagare non sono indifferenti, come spiega l’esitazione di Monti a proposito della “Tobin tax”, e se per stare in questa squadra bisogna rincorrere con il fiatone dopo i molti anni persi dal passato governo.

L’Europa compatta dei 27, se mai ci fosse stata, non c’è più: un’altra sta nascendo e l’Italia, pur sapendo che nella squadra dei “primi” non è certo in testa, farebbe bene a non dimenticare che in politica, quella europea compresa, è meglio essere “gli ultimi dei primi” invece che “i primi degli ultimi”.

 

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