Taiwan al voto, una fragile democrazia fra Cina e Stati Uniti

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Le elezioni a Taiwan del 13 gennaio scorso hanno inaugurato un anno ricco di appuntamenti elettorali nel mondo, dove fra piccoli e grandi Paesi, verrà ridisegnata la carta geografica globale della democrazia, da tempo sotto attacco e, come dicono alcuni politologi “in recessione”.

Lo scrutinio legislativo e presidenziale a Taiwan rivestiva tuttavia un interesse particolare, sorvegliato dal mondo intero per l’importanza geostrategica dell’Isola, per la sua democrazia, per il suo ruolo chiave nell’economia mondiale, per i suoi rapporti con la Cina e per essere al centro dei rapporti fra quest’ultima e Stati Uniti. Posizione non di poco peso se si pensa che l’isola dista dalla Cina non più di 180 chilometri e ha una popolazione di circa 23 milioni di abitanti. Non solo, ma Taiwan rappresenta oggi il principale produttore mondiale di semiconduttori, (60% a livello globale), mentre lo stretto di Taiwan rappresenta un nodo geostrategico per il commercio mondiale e, in particolare, cinese.

Se i candidati alla Presidenza incrociavano fra loro una visione del passato e del futuro del loro Paese all’ombra del grande e minaccioso vicino cinese, i risultati dello scrutinio hanno dato per vincitore, con il 40,1% dei voti, Lai Ching-te del Partito Progressista Democratico (DPP), in continuità con la politica della Presidente uscente, già eletta nel 2016 e riconfermata nel 2020. Un risultato elettorale che, sebbene abbia perso terreno e maggioranza in Parlamento,  si mantiene relativamente stabile da alcuni anni a questa parte e ribadisce non solo la scelta della democrazia, ma anche e soprattutto la sovranità dell’Isola nei confronti della Cina. 

La posta in gioco è infatti tutta racchiusa nelle intenzioni sempre dichiarate da Xi Jinping di riportare Taiwan alla riunificazione con la Repubblica popolare cinese, “con mezzi pacifici se possibile, con la forza se necessario”. Una prospettiva carica di minacce e che corre, oggi, sul filo sottile del mantenimento dello status quo, un approccio politico adottato dal Presidente eletto, che ha confermato di non voler superare quella linea rossa di una dichiarazione di “indipendenza”. Resta il fatto che Pechino ha accolto con estrema diffidenza l’elezione di Lai Ching-te, che considera un separatista e accusa di voler provocare la guerra. Certo è che le continue dimostrazioni di forza militari cinesi nei confronti di Taiwan non fanno altro che mantenere alta la tensione nell’insieme del Mar di Cina e ad agitare gli spettri della guerra.

In competizione con Lai Ching-te è stato il leader dello storico Partito nazionalista Kuomingtang (KMT), contrario ad ogni politica di indipendenza di Taiwan, arrivato secondo con un risultato pari al 33% dei voti. Un risultato che rivela, insieme a quello del terzo piccolo Partito popolare di Taiwan (PPT) il desiderio, di una buona fetta della popolazione, di aderire ad un progetto di rafforzamento dei rapporti con la Cina e a favore di un dialogo che, anche qui, garantisca un pacifico status quo. 

Un approccio che contrasta con quello di Lai Ching-te, il nuovo Presidente, che punta invece, dopo l’esperienza di Hong Kong, a tessere più relazioni possibili oltre la Cina, in modo tale da garantire e mantenere alta l’autonomia politica ed economica dell’Isola. Una posizione che richiama la presenza e l’interesse degli Stati Uniti nella zona, attenti alla sovranità di Taiwan ma ambiguamente distanti dalla prospettiva dell’indipendenza, in affanno nelle relazioni con la Cina e con la prospettiva di elezioni presidenziali dalle tante incognite.

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