Svoltare con o contro l’Unione Europea

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Di questi tempi si fa un gran parlare di svolte. È da tempo un mantra italiano, c’è chi vorrebbe diventasse una realtà per l’Unione Europea. Tanto per l’Italia che per l’Europa potrebbe essere la volta buona, anche per evitare ad entrambe di finire in un baratro che ormai non sembra più tanto lontano.

Che una svolta vera per l’Italia sia urgente è davanti agli occhi di tutti: non solo perché i conti piangono, la disoccupazione non viene riassorbita, quella giovanile anzi continua a crescere. Più ancora perché di questo passo, con il degradarsi della coesione sociale e il perdurare della litigiosità politica, è a rischio la democrazia, con il Parlamento martellato dai voti di fiducia, con i partiti in caduta libera, i sindacati con il fiatone e all’orizzonte una diffusa voglia di “salvatore della patria”.

A prima vista sembrerebbe non andare molto meglio nel resto dell’Europa: la Francia con l’acqua alla gola sui conti pubblici e una tra le crisi politiche più gravi del dopoguerra, la Germania con l’economia che ristagna, la Gran Bretagna sopravvissuta al referendum scozzese ma sempre tentata di uscire dall’UE e via seguitando.

In questo quadro non proprio brillante si guarda con qualche speranza al cambio di vertici nell’UE. Il Parlamento europeo ha dato la propria fiducia, almeno quella formale, alla nuova Commissione europea presieduta da Jean – Claude Juncker, pronta ad entrare in funzione il prossimo 1° novembre e a proporre entro fine anno un piano da 300 miliardi di euro per la crescita, senza però rinunciare alle regole del rigore finanziario per gli Stati membri.

Il Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo della settimana scorsa era atteso al varco per capire quanta svolta c’era nell’aria, proprio alla vigilia delle conclusioni della BCE sugli stress test alle banche, inaugurazione ufficiale delle nuove responsabilità di vigilanza centrale affidate all’Istituto di Francoforte.

Le cronache hanno dato grande evidenza, almeno in Italia, ai toni battaglieri di Matteo Renzi contro un Barroso ormai a fine mandato e contro la burocrazia di Bruxelles, ossessionata dal calcolo dei decimali del deficit. Per la verità quegli zero virgola, un po’ snobbati, sono tanti miliardi e trovarli tutti sarebbe stato un miracolo. Il compromesso trovato è a metà strada tra la richiesta eccessivamente severa di Bruxelles e l’ampia flessibilità chiesta dall’Italia. Dunque tutto bene quello che finisce bene? Non del tutto: Matteo Renzi ha potuto contare sulle cauzioni date dal Presidente Napolitano e da Bankitalia e sul largo consenso degli italiani, ormai allo stremo dopo tutti questi anni di austerità; resta però il problema del debito, un macigno che non potrà essere rimosso senza rivedere il “fiscal pact”, impresa politica tutt’altro che facile in questa Europa dominata dalla cultura economica tedesca, molto rappresentata nei nuovi vertici delle Istituzioni comunitarie.

L’impressione è sempre più quella di un’UE in mezzo al guado, troppo intergovernativa per ritrovare uno slancio comunitario. Ne sono state ulteriori prove le trattative tra Germania e Francia alle quali l’Italia non è stata associata e il rifiuto della Gran Bretagna di fare la sua parte nel rafforzamento del bilancio comunitario.

Un’Unione così non farà molta strada: la svolta in corso sembra più quella di tutti contro tutti che non la svolta di tutti insieme verso un’altra Europa, fatta di sovranità condivise e di politiche capaci di riconquistare i cittadini alla grande avventura del processo di integrazione.

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