Svizzera: sempre più isola (in)felice?

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Il 10 Febbraio scorso l’Europa si è svegliata con l’inquietante notizia dei risultati del referendum svizzero sulla “limitazione dell’immigrazione di massa”, compresa l’immigrazione proveniente dall’Unione Europea e quella dei richiedenti asilo. I risultati non lasciano dubbi, anche se sembrano disegnare una Svizzera molto divisa: una doppia maggioranza di cittadini (50,3%) e di cantoni (soprattutto di lingua tedesca e italiana) si è pronunciata in favore dell’introduzione di quote e contingenti annuali di stranieri, della preferenza nazionale e della limitazione dei diritti di soggiorno, di ricongiungimento familiare e di prestazioni sociali. Questo risultato, vincolante per il Governo, viene ad aggiungersi a quello di un precedente referendum che, due anni fa, aveva introdotto quote per gli immigrati provenienti dall’Europa centrale e orientale, innescando così le prime tensioni con l’Unione Europea.

La Svizzera non fa parte dell’Unione Europea, ma geograficamente si situa nel cuore dell’Europa. Con l’Unione ha firmato molti accordi bilaterali fra cui quello sulla libera circolazione delle persone, sugli ostacoli tecnici al commercio e agli appalti pubblici, sulla ricerca, sui trasporti, tutti accordi che, alla luce dei risultati del referendum, potrebbero essere rimessi in discussione, sospesi o rinegoziati. Ma saranno negoziati che avranno a che fare con un Paese che, proprio nel cuore dell’Unione Europea, alza sempre più le barriere delle sue frontiere e individua in un crescente isolazionismo il suo futuro.

Eppure la Svizzera non soffre della crisi economica, ha una disoccupazione che si aggira sul 4% e il 68% del suo commercio estero è orientato verso l’Europa. La presenza straniera europea è soprattutto composta da tedeschi, francesi , italiani e portoghesi. E allora il risultato del referendum sull’immigrazione, al di là del suo richiamo populista e nazionalista orchestrato dal partito Unione democratica di centro (UDC) invita a cogliere due segnali, in un certo senso legati fra loro.

Il primo segnale è quello di un ulteriore irrigidimento della Svizzera nei confronti di un’Unione Europea che nel corso degli anni (e dei lunghi e sempre problematici negoziati) ha cambiato volto, si è allargata, ha abbattuto le sue frontiere interne e, malgrado le evidenti difficoltà, ha cercato e cerca di rispondere alle sfide sia della storia che della globalizzazione. Un percorso che, evidentemente, la Svizzera non condivide. Il secondo segnale riguarda appunto l’immigrazione, tema al quale nessun Paese europeo può sottrarsi. È una questione complessa e delicata che richiede soprattutto dibattito e coraggio politico, sensibilità, lungimiranza e risposte sostenibili alle crescenti inquietudini di gran parte dei cittadini europei, i quali, comprensibilmente disorientati, rischiano di diventare facili prede di immediate e strumentali demagogie. E questo è un pericolo che serpeggia purtroppo in molti Paesi d’Europa, mettendo a rischio la tenuta democratica e indebolendo gli argini ai nazionalismi.

Senza entrare nel merito sull’opportunità di un referendum su temi di questo genere, in quanto strumento di democrazia partecipativa, vero è che la risposta degli svizzeri è stata applaudita da quei partiti in Europa che della lotta all’immigrazione hanno fatto il loro cavallo di battaglia e la loro sfida per il futuro. È in particolare il caso, in Italia, della Lega Nord, indifferente alla sua stessa contraddizione fra il proteggere i lavoratori lombardi in Ticino e il privilegiare gli italiani in Italia.