Sul fronte dell’Est

Ad appena una settimana dalle elezioni politiche in Ucraina, si sono svolte altre elezioni nelle regioni separatiste filorusse dell’est del Paese, Donetsk e Luhansk, con l’obiettivo di eleggere i rispettivi Parlamenti e Presidenti. L’esito uscito dalle urne sembra aver confermato l’intenzione di una popolazione, provata da mesi di una guerra tuttora in corso malgrado un accordo di cessate il fuoco, di proseguire sulla strada dell’indipendenza da Kiev e di un avvicinamento alla Russia. Queste elezioni fanno infatti seguito ai referendum svoltisi nel maggio scorso sull’indipendenza e dove i voti a favore, in ambedue le regioni, avevano vinto a stragrande maggioranza. Ma sono anche elezioni che non contribuiscono al rispetto degli accordi di Minsk del settembre scorso, che prevedevano, fra altri aspetti, la tenuta di elezioni amministrative secondo la legge ucraina, per il prossimo 7 dicembre.

Si riaccende così una forte tensione fra Mosca e l’Occidente, divisi sul riconoscimento e la legittimità di queste elezioni e, di conseguenza, sul futuro della stabilità e della pace in Ucraina e, più in generale, sul futuro dei rapporti tra Est e Ovest. Riconosciuto e sostenuto infatti dalla Russia ma giudicato illegale da Stati Uniti e Unione Europea, lo scrutinio non è altro che un coerente e prevedibile passo in più nella politica di Putin di continuare la sua strategia di ritorno, o di controllo, ad antichi confini crollati con il Muro di Berlino.

Una strategia che si è andata via via concretizzando a partire, in particolare, dal 2008 con la guerra in Georgia e il riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud, con l’annessione della Crimea nello scorso marzo e con i rapporti sempre più stretti che il Cremlino intrattiene con la Transnistria, altra regione indipendentista della Moldova che ha già chiesto, a più riprese, la sua adesione alla Federazione russa.

Questa politica, che rispecchia tutto l’impatto e le conseguenze che il crollo dell’Unione Sovietica ha generato e continuerà a generare, probabilmente sottovalutati dall’Occidente e dall’Europa in particolare, mette ormai in evidenza la progressiva costituzione di due grandi zone di influenza nell’Europa centro – orientale. Due zone che, purtroppo, si allontanano sempre più e dove gli spazi di rassicurante dialogo costruiti negli anni novanta stanno cedendo il passo a rapporti che ricordano, con tutte le differenze del caso, il periodo della guerra fredda. Un difficile assestamento politico che passa infatti attraverso l’uso delle armi (questa guerra civile nell’Est dell’Ucraina è già costata più di 4.000 vittime), modifica confini riconosciuti a livello internazionale, reinterpreta il concetto di sovranità nazionale e ricorre a ricatti economici ed energetici in un contesto di crescente concorrenza e interdipendenza a livello globale. Ma è soprattutto la sicurezza tra Est e Ovest e il progressivo avvicinarsi della NATO alle frontiere della Russia a rappresentare, sullo sfondo, il nodo cruciale delle future relazioni.

L’Ucraina, ormai divisa in due, fra una scelta di difficile futuro europeo e uno rivolto alla Russia, rappresenta l’ultima zona di confine, da non superare, in cui contenere il conflitto. Ed è proprio su questo punto che si concentrano gli spazi rimasti per un possibile accordo fra Occidente e Russia e cioè, dopo la scelta europea, la rinuncia da parte dell’Ucraina all’ingresso nella NATO.

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