Solidarietà europea: dai vaccini alle munizioni

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Al momento dell’esplosione del Covid c’era stato un generale apprezzamento per l’iniziativa della Commissione europea di farsi carico dell’approvvigionamento dei vaccini per l’insieme dei Paesi UE, evitando una concorrenza che avrebbe generato speculazioni sui mercati e inevitabili aumenti di costi. Per la Commissione era una “prima” che incoraggiava a progredire sulla strada della solidarietà. 

Qualche interrogativo suscita adesso un’altra recente iniziativa  della Commissione europea, su richiesta dei governi UE, di finanziare un programma di produzione di un milione di munizioni e missili per l’Ucraina grazie a una dotazione complessiva di un miliardo di euro.

Senza voler precipitare giudizi su quali possano essere le modalità più efficaci per il  doveroso sostegno all’Ucraina contro l’invasore russo, le perplessità riguardano la prevalente priorità cui si riferisce l’UE per avviare iniziative di questa natura, in assenza responsabilità comunitarie dirette in materia di sicurezza e difesa, mentre cresce l’urgenza di iniziative di pace prima che sia troppo tardi.

Diverso era il caso dei vaccini: in merito il Trattato offriva una base, anche se debole, per la debole  competenza in materia di sanità, ma tale comunque da consentire un’interpretazione estensiva in grado di sviluppare un’azione di politica sanitaria comune per far fronte all’emergenza pandemica. Soprattutto era chiara la priorità: operare in favore della vita di milioni di persone.

Non va nella stessa direzione la produzione di armi con il sostegno di risorse europee, ricavate finora con risorse fuori bilancio, ma adesso anche su fondi comunitari, addirittura con la possibilità di ricorrere al “Fondo europeo per la ripresa”, che si tradurrebbe da noi con una diversa e non prevista destinazione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR). Una prospettiva che lascia molto perplessi e che già ha registrato ampie dichiarazioni contrarie.

Al di là delle motivazioni formali, fondate sul rafforzamento della produzione industriale europea, la proposta di attivarne come strumento prioritario proprio quelle della produzione bellica non può non suscitare qualche interrogativo, riferito anche  all’orientamento del Parlamento europeo di offrire una corsia preferenziale d’urgenza per accelerare la decisione finale dei governi UE. 

Inquieta che la proposta sia stata accompagnata da due importanti responsabili UE con parole che meritano attenzione. Come quelle dell’Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e della difesa, Josep Borrell, per il quale “in Ucraina non è il momento della diplomazia, ma delle armi”. O come l’invito del Commissario europeo per il mercato interno e i servizi, Thierry Breton, ad entrare in una prospettiva di “economia di guerra”, che mal si addice ad un’Unione Europea che nel 2012 ricevette un generoso Nobel per la pace. Talmente generoso al punto da quasi imbarazzare anche il Parlamento europeo che decise, sia pur simbolicamente, di attribuirlo ai cittadini europei.

Si trattò allora di una decisione saggia, da riproporre anche oggi ai cittadini europei perché in questa settimana del 9 maggio, festa dell’Europa, si facciano carico di chiedere alle Istituzioni europee di accompagnare le molteplici forme di solidarietà dell’Unione all’Ucraina con forti iniziative diplomatiche che, con almeno altrettanta urgenza, facciano prevalere i valori europei richiamati nell’articolo 3 del Trattato di Lisbona: “L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli”. Compresi quelli chiamati a far parte domani di una nuova e più grande Comunità europea. 

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