Si fa in fretta a dire miracolo europeo

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Non è lontano il giorno in cui il Parlamento europeo diede il suo sostegno, con una larga maggioranza, al programma di lavoro della Commissione europea per la corrente legislatura né il favore con il quale accolse il 16 settembre il discorso della sua Presidente, Ursula von der Leyen, sullo “Stato dell’Unione”. 

Ed è di appena un mese fa la lettera dei Presidenti dei primi quattro gruppi politici del Parlamento sul tema della democrazia, con particolare riferimento alle condizioni per l’accesso alle risorse europee da parte di Paesi con procedura di infrazione per non rispetto dello Stato di diritto.

Poco tempo è passato da allora e i nodi vengono al pettine: nella sessione plenaria della settimana scorsa il Parlamento europeo è tornato alla carica sul tema del rispetto dello Stato di diritto con una Risoluzione molto argomentata, da una parte sui valori fondanti dell’UE, come quelli della vita democratica, e dall’altra sulle misure da prendere per la loro salvaguardia in un inquietante contesto di misure illiberali, in particolare per quanto riguarda l’indipendenza della magistratura e la libertà di espressione e stampa. Sull’argomento l’Assemblea di Strasburgo mantiene la pressione sulle altre Istituzioni sia sollecitando la Commissione europea per una valutazione più approfondita delle discriminazioni e dei rischi che corre la democrazia nell’Unione e sia richiamando il Consiglio europeo a fare chiarezza sulle condizioni di accesso ai fondi europei da parte di Paesi che non garantiscano il rispetto delle regole comunitarie. Un messaggio particolarmente pesante sul  negoziato in corso sul bilancio UE che non può essere adottato senza l’accordo del Parlamento.

Ed è ancora sul futuro bilancio dell’UE che il Parlamento è tornato a fare sentire la sua voce, alzando i toni nei confronti dell’altra Autorità di bilancio, il Consiglio dei ministri la cui presidenza di turno tedesca ha presentato la settimana scorsa un compromesso ritenuto dal Parlamento  inaccettabile, con il risultato di interrompere i negoziati. 

Niente di particolarmente nuovo per questi periodici confronti che puntualmente vedono crescere i toni, se non fosse che questa volta, più di altre, incombe un’urgenza inedita, quella di rispondere senza tardare ai disastri creati dal Covid-19. In gioco non solo, come d’abitudine, la richiesta del Parlamento di rafforzare alcuni capitoli del bilancio, come quelli relativi alla politica sociale e della ricerca e al programma Erasmus. Politicamente pesa anche di più la pressione del Parlamento per chiarire con quali entrate far fronte ai finanziamenti deliberati, con riferimento alle risorse proprie UE da integrare a quelle versate dai Paesi membri. Dietro a questa pressione, che contiene un’implicita spinta verso una fiscalità europea comune, si intravvede la richiesta per un maggiore coinvolgimento del Parlamento nella definizione del bilancio, in particolare sul versante delle entrate, dal quale il Parlamento oggi è escluso.

Non si tratta di una semplice tensione passeggera tra due Istituzioni UE, ma della prospettiva di un conflitto istituzionale che potrà essere risolto pienamente solo con una difficile riforma dei Trattati, tema carsico che sta tornando in superficie e che presto o tardi costringerà i governi nazionali ad affrontare una scelta decisiva per il futuro dell’Unione: se in favore o contro il riconoscimento di una sovranità europea, fondamento di quell’Unione politica che tanto manca all’Europa.

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