Se un milione di euro al giorno sembrano tanti

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Un milione di euro al giorno è la multa che la Corte europea di giustizia ha inflitto nei giorni scorsi alla Polonia per il non rispetto delle regole della democrazia in materia di indipendenza della magistratura. A prima vista sembrerebbe una multa salata, ma non per la Polonia che dall’Unione Europea ha ricavato importanti finanziamenti negli anni e ne aspetta di non meno sostanziosi in futuro: 36 miliardi di euro dal Piano europeo per la ripresa (Recovery fund) e altri 100 miliardi nei prossimi sette anni. Verrebbe quindi da dire che sembra un regalo alla Polonia la sentenza della Corte, viste le proporzioni tra risorse ricevute e la modesta multa pagata. A ben guardare non è proprio così e può essere utile spiegarne le ragioni.

Intanto, ma è solo un dettaglio, la Polonia già deve pagare una multa di 500 mila euro all’UE per infrazioni in materia ambientale a seguito di una denuncia della vicina Repubblica Ceca (pure con la Polonia nella banda di Visegrad, insieme a Ungheria e Slovacchia). A questo si aggiunga che le multe potrebbero non fermarsi qui, ma conta di più l’impatto giuridico e politico della vicenda.

La sentenza della Corte europea risponde colpo su colpo a quella recente della Corte costituzionale polacca che nei giorni scorsi aveva sparato a zero sulle Istituzioni UE, di cui  pure aveva condiviso i Trattati per entrare nell’Unione, dichiarando la supremazia del diritto nazionale su quello europeo.

Già da solo il pronunciamento della Corte europea rispedisce al mittente quello della Corte polacca, sanzionata da un livello giurisdizionale superiore.

E non è tutto: a sollecitare l’intervento della Corte europea è stata la Commissione europea, nella sua qualità di “guardiana dei Trattati”, sostenuta da una stragrande maggioranza di governi nazionali dei Ventisette e pressata in materia dal Parlamento europeo. E toccherà ancora alla Commissione europea, incalzata da una larga maggioranza del Parlamento europeo, a procedere con severità nei confronti della Polonia se non vorrà incorre in una censura da parte dello stesso Parlamento.

Come dire che il bello deve ancora venire, in particolare per quanto riguarda il futuro accesso della Polonia ai 136 miliardi di euro che le sono destinati nei prossimi anni, ma a patto che rispetto le regole della democrazia, così come previsto dai Trattati liberamente sottoscritti.

E’qui che il tema si trasferisce dal piano giuridico-amministrativo a quello politico-istituzionale. La vicenda polacca ha innescato nella politica europea un contenzioso duro tra la maggioranza dei Ventisette con la Polonia e altri movimenti sovranisti, con la Germania di Angela Merkel che si è ostinata a cercare un compromesso e la Francia che, anche per ragioni storiche, insiste sul proseguimento del dialogo, per la verità senza successo. 

In queste condizioni il conflitto diventa istituzionale tra la progressiva costruzione di una sovranità europea e la presunta sovranità nazionale cui, per comprensibili ragioni legate ai decenni passati sotto Mosca, i polacchi non vogliono rinunciare. E’ probabile che questo rifiuto sia da addebitare più a problemi di politica interna della Polonia che non a quanto pensano i cittadini polacchi che, dalle ultime rilevazioni, hanno un giudizio positivo dell’UE all’82% della popolazione. Un’asimmetria che non faciliterebbe una procedura di secessione dall’UE, che peraltro il governo polacco dice di non volere. 

Resta comunque, in attesa di futuri sviluppi, l’esigenza di riprendere in mano i Trattati e chiarire meglio le competenze istituzionali nazionali  e quelle dell’Unione Europea: a questo potrebbe anche servire la Conferenza sul futuro dell’Europa in corso di svolgimento.   

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