Se sono i soldi a tenere in vita l’UE

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All’inizio degli anni ‘50, le prime Comunità europee erano nate dalle nobili intenzioni di sei Paesi impegnati a ricostruire l’Europa dalla macerie della guerra e consolidare pace e democrazia. Era evidente la preoccupazione economica e la necessità di favorire un mercato integrato per gli scambi commerciali, ma era anche viva l’esigenza di condividere un progetto di solidarietà nel rispetto dei valori e della cultura europea.

Con il passare degli anni e con i successivi allargamenti, a partire da quello che aprì le porte al Regno Unito nel 1973, il disegno iniziale venne da alcuni rimodellato, portando maggiormente l’accento sugli interessi economici di ciascun Paese, in particolare nell’alimentazione e distribuzione del bilancio comunitario che andava progressivamente crescendo.

Sono note le tensioni provocate in proposito da Margaret Thatcher (quella di “rivoglio indietro i miei soldi”) nei primi anni ‘80, per una riduzione dei contributi britannici, accompagnate negli anni seguenti da una serie ininterrotta di deroghe concesse al Regno Unito, senza che alla fine tutte queste concessioni impedissero l’azzardata avventura di Brexit e l’uscita del Paese dall’Unione Europea.

Non che il Regno Unito fosse il solo responsabile dell’enfasi portata sul bilancio: molti altri Paesi UE vennero coinvolti in questi calcoli, tra chi si considerava “beneficiario netto” – cioè riceveva dal bilancio più di quanto versava – e i “contributori netti”,  chi versava al bilancio più di quanto incassava, ma senza tuttavia giungere alla rottura di consenso, come avvenuto tra mille traversie con Brexit.

La tensione ha tutta l’aria di riacutizzarsi in questi giorni con la posizione del ministro delle Finanze  ungherese che ha evocato l’altro giorno la possibilità di riconsiderare l’adesione dell’Ungheria all’UE: “La questione potrebbe assumere una nuova prospettiva nel momento in cui prevediamo di diventare contributori netti… se gli attacchi di Bruxelles proseguiranno su scelte di valori”. Parole che hanno almeno un merito: quello di affermare chiaramente che i soldi (degli altri) contano di più dei valori europei, in particolare la libertà di espressione e di orientamento sessuale.

Il messaggio è chiaro e merita di essere raccolto, magari anche senza aspettare che, diventando “contributore netto”, l’Ungheria si appresti ad uscire dall’Unione, avendo noi nel frattempo imparato la lezione impartita all’UE dal Regno Unito, il cui dissenso peraltro non aveva connotati così brutali e non evocava rotture sul rispetto dei valori di democrazia e dello Stato di diritto, come invece avviene con l’Ungheria e la complice Polonia.

La verità è che l’UE, negli allargamenti ad est di inizio secolo, ha sottovalutato le ambiguità politiche di alcuni Paesi, segnati dall’esperienza sovietica, e ha tardato a rispondere agli attacchi allo Stato di diritto, indebolendosi al proprio interno, senza portare a casa alcun risultato.

La lezione dovrebbe però avere un orizzonte più largo e spingere a riflettere al ruolo certo positivo, ma anche invasivo, delle imponenti risorse messe a disposizione dall’UE per contrastare la crisi economica innescata dalla pandemia del Covid-19. Non può essere il denaro la motivazione centrale delle riforme giustamente richieste dall’UE, trattandosi di interventi resisi necessari da tempo, come nel caso dell’Italia, per la riforma della giustizia o della Pubblica amministrazione. 

Ha qualcosa di mortificante per la dignità di un Paese sentire ripetere che “se non facciamo come l’UE ci chiede non riceveremo i soldi”, anche se il patto condiviso è stato anche questo. Ma si trattava di un patto “derivato” da quel patto originario di solidarietà che i Padri fondatori avevano promosso affinché l’Europa ritrovasse la dignità perduta nella prima metà del secolo scorso. 

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