Se Angela Merkel non si ferma…

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La Cancelliera “riluttante”, quella che abbiamo conosciuto nel corso dei suoi quattro mandati, prosegue sulla strada della svolta imboccata recentemente e qualcosa – e non poco – per l’Unione Europea potrebbe cambiare.

Non che a svoltare Angela Merkel non ci avesse già provato, come quando nel 2015 spalancò le porte alle ondate di profughi siriani, sacrificandovi non pochi voti del suo partito alle ultime elezioni politiche. Un esito che fece dire a molti che ormai la Cancelliera era al tramonto e mancava ormai di forza propulsiva in Germania, figuriamoci in Europa.

Quanto accadde in seguito si incaricò di smentire le previsioni: prima la risposta a muso duro a Donald Trump quando attaccò Germania e Unione Europea, poi un nuovo vigore impresso all’intesa con Emmanuel Macron, anche se con un motore rigorosamente a trazione tedesca, come avvenne nella coraggiosa proposta per un robusto “Piano UE per la ripresa”, poi avvallato dal Consiglio europeo del 21 luglio. 

In questo contesto vanno anche letti gli interventi decisi verso il Cremlino, a proposito delle manipolazioni del voto in Bielorussia e dell’oscura vicenda dell’avvelenamento in Russia dell’oppositore di Vladimir Putin, Andrej Navalny.

Non è senza significato che tutto questo avvenga in una stagione difficile per l’Unione Europea, devastata al suo interno da una drammatica crisi economica e sociale e minacciata al suo esterno da regimi autoritari come quello cinese, russo e turco e dal rischio di un secondo mandato di Trump. 

Troppe sfide per non avvertire il bisogno anche nell’UE di una leadership in grado di farvi fronte. Le condizioni sono favorevoli, dopo il rinnovo dei vertici comunitari del luglio scorso, ma non sufficienti se attorno ad essi non si aggregano gli attori nazionali che più contano per forza politica ed economica. Tra questi sicuramente la Germania e la Francia, ma anche l’Italia e la Spagna per spostare, anche se poco, il baricentro verso sud, senza dimenticare Paesi di minori dimensioni, come l’Olanda e il Belgio che dell’avventura comunitaria sono stati anch’essi promotori.

Attorno a questo nucleo si collocano, con posizioni diverse, gli altri Paesi, a cominciare da quelli dell’eurozona, dai Paesi “periferici” come Svezia e Danimarca, in attesa di chiarire i problematici partenariati con i Paesi dell’Europa centro-orientale, in particolare con la banda dei quatto Paesi di Visegrad, Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca.

Come sempre, quando la storia si rimette in moto – ed è il caso adesso – conviene dare uno sguardo alla geografia per riscoprire la centralità politica tedesca in Europa, rafforzata da una dimensione demografica, economica e commerciale, che potrebbe contribuire a quello che “Le Monde” ha chiamato “il lento risveglio geopolitico” della Germania. 

In queste condizioni grande potrebbe essere la tentazione di “egemonia” da parte della Germania, posta oggi davanti a un bivio antico: quello di progredire come “Germania europea” piuttosto che tornare indietro verso esperienze di “Europa tedesca”. Fu il bivio che già trent’anni fa si trovò davanti, dopo la caduta del Muro di Berlino, un altro grande Cancelliere, Helmut Kohl, che non esitò allora a scegliere la priorità europea.

La sua allieva, Angela Merkel, potrebbe oggi ritrovare l’insegnamento del suo Maestro, facendo grande la Germania a servizio del progetto europeo e a fronte delle minacce che ci vengono da Stati Uniti, Cina e Russia. A condizione che la Germania non faccia l’errore di credere – nemmeno in coppia con la Francia – di bastarsi nell’Unione dove altri possono dare una mano.

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