Quei “no” che possono far crescere

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Se esistesse una pedagogia per l’Unione Europea, la lezione greca potrebbe essere quello di un ‘no’ che può far crescere. Resta da vedere a chi è indirizzato il ‘no’ e con quali possibili risultati per i destinatari della lezione impartita.

Consideriamo destinatari del “no” non solo l’Europa per il recente esito referendario, ma anche la Grecia, vittima dei “no” dell’UE.

Alexis Tsipras ha detto e ripetuto che il suo ‘no’ non era indirizzato né all’euro, né all’Unione Europea e, almeno per quest’ultima, era vero.

Il rifiuto, è stato detto, era rivolto alle politiche di austerità e al ruolo giudicato troppo invasivo della “Troika”, in particolare del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca centrale europea (BCE), forse un po’ meno della Commissione europea. Che la Grecia abbia sofferto il “cappio” del FMI è comprensibile e sarebbe stato meglio lo avesse compreso anche l’UE, prima di chiamarlo al tavolo del risanamento finanziario greco. Un po’ meno si capisce il fastidio verso la BCE, dalla quale è venuto alla Grecia l’ossigeno per sopravvivere e che ha ancora in mano strumenti per tenerla in vita.

L’ultimo tentativo con le Istituzioni europee Tsipras lo ha tentato con il Parlamento a Strasburgo, ma è improbabile che questo possa mutare le sorti del negoziato nel corso della settimana.

Resta da capire come possa conciliarsi il “no” alle regole condivise nell’eurozona e la resistenza alle riforme richieste per il risanamento finanziario. Si dirà che si tratta di impegni presi da altri governi, ma vale anche la regola della continuità istituzionale, che non impedisce certo di voler rinegoziare intese concluse da governi precedenti, ma a patto di convenire nuove regole, non di infrangere quelle esistenti. Ne sa qualcosa l’Italia, rispetto ad accordi conclusi dai governi precedenti, come nel caso dell’Accordo di Dublino sull’asilo politico e del “fiscal pact”, entrambi creature del governo Berlusconi.

Non meno pesanti i “no” opposti dall’UE alla Grecia (ma anche a Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia) a proposito delle richieste di flessibilità nel processo di rientro dal debito e alla domanda di solidarietà grazie a una mutualizzazione del debito. Una linea dura dettata soprattutto dalla Germania, preoccupata della propria stabilità e ossessionata dal rigore finanziario, insostenibile per chi non poteva contare su una ripresa della crescita.

Due “no” simmetrici, all’origine della più grave crisi economica e politica nella storia dell’integrazione comunitaria al punto da metterne in pericolo la sopravvivenza, salvo che tutti ne colgano la lezione e coniughino responsabilità e solidarietà per provare insieme a ricostruire questa Unione pericolosamente arrivata al capolinea.

Una costatazione non propria nuova, ma ostinatamente non presa in considerazione da politici europei di vista corta e prigionieri di ansie elettorali, destinate poi a schiantarsi contro il referendum di un piccolo Paese di meno di dieci milioni di abitanti e dove a dire ‘no’ alla proposta europea sono stati poco più di 3 milioni e mezzo di elettori. Sarebbe interessante sapere come si sarebbero espresse le centinaia di milioni di elettori europei, se avessero avuto occasione di partecipare a un referendum che li interessava direttamente.

Ma adesso la frittata è fatta e c’è da sperare che la lezione greca serva per stimolare l’Unione Europea a maggiore solidarietà e visione strategica e la Grecia a una più seria responsabilità per ricostruire la propria economia, affrancando il Paese da derive assistenzialiste che stridono con l’orgoglio dimostrato da quel popolo così importante per la storia dell’Europa.

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